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domenica 20 giugno 2010

LA MAREA NERA E L'ECONOMIA DEI DOGMI di Mario Pirani

L'economia non possiede regole eterne. È accaduto, peraltro, in diverse fasi della storia, che milioni di uomini abbiano creduto nella loro immutabile valenza, tanto da farne articolo di fede. Quando ciò è avvenuto ne sono spesso derivati sconquassi catastrofici. Questa riflessione, di cui sono convinto da tempo, in particolare dopo il crollo del comunismo, mi ha stimolato qualche suggerimento in seguito alla lettura di due articoli di grande interesse, l' uno sul nostro giornale (6 giugno) di Joaquìn Navarro-Valls ("La marea nera e i falsi ambientalisti"), l' altro ("Corriere" del 6 giugno) di Claudio Magris su "I limiti (e i pregi) del capitalismo". La tesi del primo asserisce che il più enorme disastro ecologico mai avvenuto, quello del Golfo del Messico, è riconducibile ad «un sistema economico, il quale inevitabilmente potrebbe portare in futuro qualsiasi Paese a trovarsi in situazioni simili... la marea nera è il simbolo epocale dell' impotenza della politica... quando la più consolidata democrazia del mondo si trova inerte davanti alla onnipotenza delle multinazionali... il problema ecologico, insieme alle molte altre questioni cruciali... non può essere il vessillo di movimenti minoritari... l'alternativa è quanto mai chiara. O gli organismi internazionali, preposti alla elaborazione di regole valide per tutti, saranno in grado di stilare una tavola dei principi etici che devono indirizzare ovunque i comportamenti di tutti gli operatori economici oppure ci troveremo sempre davanti a democrazie fragili che non riescono a vincere la tendenza sovrana degli interessi globalizzati delle grandi corporation». Se il richiamo all' etica è in sé condivisibile, l' analisi di Navarro-Valls ne oltrepassa, però, il perimetro e indica nel venir meno della politica nella sua funzione di difesa degli interessi generali dell' umanità, il punto di rottura degli equilibri che ne assicurano un grado accettabile e vitale di convivenza. Questo venir meno della politica si verifica nella sua sopravvenuta incapacità di elaboraree imporre regole ai macro-fenomeni insorgenti e dilaganti con dinamiche assolutamente anarchiche. Per questo la marea nera del Golfo è assimilabile alla crisi finanziaria che dopo aver terremotato gli Stati Uniti rischia ora di far saltare l' euro. L' equazione è la stessa: dato un macro fenomeno sia esso ambientale, economico o altro, se la politica non riesce a monitorarlo e ad ordinarlo a monte, presto o tardi la sregolatezza delle pulsioni provoca deflagrazioni ingovernabili. Fino a qualche decennio fa non era così. Le regole che il mondo libero si era dato nel periodo post bellico assicuravano un progressivo benessere senza eccessivi traumi alle economie di mercato, temperate dal Welfare socialdemocratico. Il mondo del "socialismo reale" da Berlino a Vladivostok, pur soggetto a una dittatura che invadeva ogni spazio individuale e collettivo, appariva in lenta marcia verso un relativo miglioramento materiale, tramite una pianificazione pesante e burocratica, purtuttavia esente da crisi apparenti, grazie all' ammortizzatore dei bassi consumi. Malgrado la relativa modestia dei risultati, malgrado la violenza coercitiva del regime, malgrado l' emergere di uno spirito di rivolta che si sarebbe inverato in Ungheria, in Polonia, in Cecoslovacchia milioni e milioni di persone continuarono nel mondoa credere nella validità di un modello che aveva abolito lo sfruttamento capitalistico e prometteva in un futuro, più o meno prossimo, di richiedere da ognuno secondo le sue capacità e di dare a ciascuno secondoi suoi bisogni. Il più grande e prolungato esperimento dell' uomo di pianificare e costruire la propria storia con i metodi "scientifici" di una allucinata razionalità, minuziosamente regolata, si concludeva con l' auto disfacimento che si estendeva dal centro dell' impero alle province marginali, senza bisogno di interventi esterni. La via d' uscita, più strabiliante per la sua originalità, fu quella cinese, spietata nell' abbandono dei dogmi economici fondativi, sancita già nel 1981 dal comitato centrale, in anticipo sulla caduta del Muro, con una diagnosi impietosa sulla gestione di Mao: «Ha commesso errori di enorme portata e lunga durata... ha confuso ciò che era giusto con ciò che invece era sbagliato e ha scambiato il popolo con il nemico. In questo consiste la sua tragedia». Una sentenza che si attaglia a tutta l' esperienza comunista. Dal confronto risultò il trionfo mondiale dell' economia di mercato. Ad accentuare il suo prevalere concorse il susseguentee prolungato declino del modello social democratico in seguito alla crisi fiscale che ne rivelò l' onere economico crescente, una ipertrofia burocratica, una estensione troppo generalizzata i cui costi globali erano destinati a gonfiare in modo esorbitante il debito pubblico. Anche da questo versante sembrò venire un concorso convincente al prevalere di una contro-ideologia, opposta al pensiero socialista, sia di marca sovietica che riformista, una contro-ideologia capace però, anch' essa, di convincere milioni di persone del principio secondo cui più il mercato è libero, più il mondo è messo in grado di arricchirsi, di crescere, di godere di nuove scoperte e innovazioni, di far vivere meglio i cittadini, di colmare le diseguaglianze. Queste premesse-promesse s' inverarono in misura notevolissima per alcuni decenni, a cavallo del secondo millennio facilitate dal loro coincidere con la rivoluzione informatica che ne moltiplicava in modo esponenziale gli effetti. Si può persino affermare che la creazione inventiva di nuovi strumenti finanziari ha facilitato l' impressionante decollo di molti di quei paesi, un tempo denominati "in via di sviluppo": dalla Cina all' India, dal Brasile alla Corea del Sud, ormai in diretto confronto concorrenziale con le economie del primo mondo. In questa situazione il pensiero di sinistra non poteva che assorbire la sindrome del perdente, deprivato dei valori spendibili, afono di fronte ad un universo che non riusciva più a spiegare né, tanto meno, a interpretare. Per contro nel largo schieramento vincente l' ideologia del libero mercato finiva per far propria la presunzione dogmatica, tipica un tempo del comunismo: il pensiero unico assumeva una perennità esente da ogni prova, dopo la catastrofe delle pianificazioni socialiste in ogni loro variante. L' incapacità di una riflessione storicistica intrisa di relativismo, che permettesse di cogliere la natura degli enormi vantaggi del mercato ma anche la perigliosità catastrofica del suo anarchico dispiegarsi al di fuori di ogni regola, ha fatto sì che non si avvertissero le potenzialità devastanti di una creazione illimitata di strumenti di speculazione finanziaria, completamente avulsi dalla loro rispondenza alla creazione di ricchezze reali derivanti dalla produzione di beni e servizi. Altrettanto affetti da una lobotomia della ragione si sono rivelati governi, parlamenti, partiti e sindacati di fronte alla crescita sconsiderata dell' indebitamento pubblico, quasi vi fosse un salvatore nascosto di ultima istanza in grado alla fine di saldare il conto. Di fronte alla crisi impaurente che ci sovrasta, le ricette, soprattutto quelle europee, sembrano in partenza inefficaci, in parte dannose, soprattutto non risolutive. Anche le risposte e le proteste si dimostrano scontate e scarsamente coinvolgenti, soprattutto perché chi le promuove non si fa carico del pericolo, illudendosi di evitarne gli effetti. Eppure non ci sarà via d' uscita senza un nuovo pensiero economico che rifiuti in partenza di farsi dogma, ma si proponga, almeno per l' immediato futuro, di andare contro corrente, rifiuti la logica dello sviluppo ad oltranza per sussumere quella dello "sviluppo ragionevole e compatibile", misurabile nelle sue dimensioni e nei suoi effetti (ci sono 3000 pozzi nel Golfo del Messico, egualmente pericolosi a quello che è scoppiato, ma a nessuno è venuto in mente quale sarebbe il corrispettivo di spesa in termini di risparmio energetico). Occorre ripristinare il principio della priorità della politica sulla libera e anarchica scelta della banca e della finanza. Urge l' esigenza di riaprire una grande battaglia culturale perché non passino senza risposta diagnosi riduttive di ciò che sta accadendo. Ad esempio è ciò che colgo in una lettera aperta di Franco Debenedetti ed alcuni altri stimatissimi economisti "in difesa del mercato e degli operatori", in cui è detto: «Sostenere che sia il mercato e non chi ne abusa, a produrre opacità e instabilità, è una mistificazione». Nella mia pochezza accademica mi permetto di contestare questa affermazione: la speculazione può mettere in pericolo il mondo intero perché il meccanismo virtuoso del mercato, nell' era della globalizzazione, si è avvitato in dinamiche imprevedibili, fuori da ogni regola, controllo, capacità di freno, dissociate, anzi prevaricanti, su ogni potere politico. Non si tratta di reinventare il socialismo, anche se la sinistra avrebbe molto da dire, ma per riprendere Claudio Magris in un bella recensione ad uno scritto di Giovanni Bazoli, che abbiamo citato all' inizio, di riscoprire le regole, «quei meccanismi generali e freddi, necessari alla società civile affinché ognuno, rispettandoli e venendone tutelato, possa vivere serenamente la sua calda vita, come la chiamava Saba».

La Repubblica 17 giugno 2010

La globalizzazione dell'operaio di Luciano Gallino

È POSSIBILE che la Fiat non abbia davvero alcuna alternativa. O riesce ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a quello degli stabilimenti siti in Polonia, Serbia o Turchia, o non riuscirà più a vendere né in Italia né altrove le auto costruite in Campania. L'industria mondiale dell'auto è afflitta da un eccesso pauroso di capacità produttiva, ormai stimato intorno al 40 per cento. Di conseguenza i produttori si affrontano con furibonde battaglie sul fronte del prezzo delle vetture al cliente. AFARNE le spese, prima ancora dei loro bilanci, sono i fornitori (che producono oltre due terzi del valore di un'auto), le comunità locali che vedono di colpo sparire uno stabilimento su cui vivevano, e i lavoratori che provvedono all'assemblaggio finale. I costruttori che non arrivano a spremere fino all'ultimo euro da tutti questi soggetti sono fuori mercato. Va anche ammesso che davanti alla prospettiva di restare senza lavoro in una città e una regione in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha già raggiunto livelli drammatici, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano - ben 15.000 se si conta l'indotto - è probabilmente orientata ad accettare le proposte Fiat in tema di organizzazione della produzione e del lavoro. La disperazione, o il suo approssimarsi, è di solito una cattiva consigliera; ma se tutto quello che l'azienda o il governo offrono è la scelta tra lavorare peggio, oppure non lavorare per niente, è quasi inevitabile che uno le dia retta. Una volta riconosciuto che forse l'azienda non ha alternative, e non ce l'hanno nemmeno i lavoratori di Pomigliano, occorre pure trovare il modo e la forza di dire anzitutto che le condizioni di lavoro che Fiat propone loro sono durissime. E, in secondo luogo, che esse sono figlie di una globalizzazione ormai senza veli, alle quali molte altre aziende italiane non mancheranno di rifarsi per imporle pure loro ai dipendenti. Allo scopo di utilizzare gli impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato compreso, nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L'ultima mezz'ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana lavorativa di 6 giorni e una di 4. L'azienda potrà richiedere 80 ore di lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più all'anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a due o tre giorni. Le pause durante l'orario saranno ridotte di un quarto, da 40 minuti a 30. Le eventuali perdite di produzionea seguito di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente nell'autoindustria, i cui componenti provengono in media da 800 aziende distanti magari centinaia di chilometri) potranno essere recuperate collettivamente sia nella mezz'oraa fine turno - giusto quella della refezione - o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Sarebbe interessante vedere quante settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che scuotono con cipiglio l'indice nei confronti dei lavoratori e dei sindacati esortandoli a comportarsi responsabilmente, ossia ad accettare senza far storie le proposte Fiat. Non è tutto. Ben 19 pagine sulle 36 del documento Fiat consegnato ai sindacati a fine maggio sono dedicate alla "metrica del lavoro." Si tratta dei metodi per determinare preventivamente i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare una certa operazione, e dei tempi in cui deve eseguirli; misurati, si noti, al centesimo di secondo. Per certi aspetti si tratta di roba vecchia: i cronotecnici e l'analisi dei tempi e dei metodi erano presenti al Lingotto fin dagli anni 20. Di nuovo c'è l'uso del computer per calcolare, verificare, controllare movimenti e tempi, ma soprattutto l'adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class Manufacturing (Wcm, che sta per "produzione di qualità o livello mondiale"). Sono criteri che provengono dal Giappone, e sono indirizzati a due scopi principali: permettere di produrre sulla stessa linea singole vetture anche molto diverse tra loro per motorizzazione, accessori e simili, in luogo di tante auto tutte uguali, e sopprimere gli sprechi. In questo caso si tratta di fare in modo che nessuna risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore. La risorsa più preziosa è il lavoro. Un'azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall'altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L'ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot. È qui che cadono i veli della globalizzazione. Essa è consistita fin dagli inizi in una politica del lavoro su scala mondiale. Dagli anni 80 del Novecento in poi le imprese americane ed europee hanno perseguito due scopi. Il primo è stato andare a produrre nei paesi dove il costo del lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con gli spessi veli dell'ideologia neo-liberale. Al di sotto dei quali urge da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi affinchÈ si allineino a quelli dei paesi emergenti. Nome in codice: competitività. La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s'intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello. È nella globalizzazione ormai senza veli che va inquadrato il caso Fiat. Se in Polonia, o in qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture l'anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o Melfi. È esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors. Se in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità. Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese.

La Repubblica 14 giugno 2010

lunedì 7 dicembre 2009

La legge dell'est

Nato negli anni Venti dopo la Rivoluzione d'Ottobre il sistema giuridico sovietico è stato preso a modello nella definizione dei diritti sociali di cittadinanza nei paesi del capitalismo occidentale
Nel dicembre del 1887, dopo pochi mesi di frequenza, un giovane studente di origini piccolo borghesi fu espulso dalla facoltà di Giurisprudenza dell'Università imperiale di Kazan in Russia. Frequentava circoli anti-zaristi. Le cose gli erano andate meglio rispetto al fratello, giustiziato poco prima per un attentato allo Zar. Il giovane, Vladimir Ilich Ulianov, era un tipo determinato. Fece domanda di riammissione a Kazan, ma la domanda venne respinta. Fece domanda per andare a studiare all'estero, ma anche questa non fu accolta. Finalmente riuscì ad iscriversi, come «studente esterno» ossia senza diritto di frequenza, all'Università di San Pietroburgo. Nel 1891, il giovane Ulianov si presentò per sostenere l'esame di avvocato. Ricevette il massimo voto in tutte le materie: l'unico candidato del suo anno a raggiungere tale eccellenza. A dispetto del brillante avvio, Ulianov non era destinato a una luminosa carriera forense.

Meno di una generazione dopo aver dimostrato di conoscere il diritto zarista meglio di tutti, Ulianov, ormai noto come Lenin, lo abolì interamente con un tratto di penna. Incominciava, circondato da inenarrabili difficoltà, un itinerario nella creazione di un nuovo ordine giuridico, il cui impatto globale continuò fino a vent'anni fa, consentendo al mondo giuridico occidentale di raggiungere lo zenith della sua civiltà.



La legalità sovietica

Non credo esista un aspirante avvocato (o notaio o magistrato) che, durante la preparazione del suo esame, non odii l'oggetto del suo studio fino al punto di desiderarne, anche solo per un momento, la sua abolizione. Né credo esista una più efficace descrizione dell'atteggiamento di un rivoluzionario rispetto al diritto di quella che si trova in Voltaire: «Volete buone leggi? Buttate tutte quelle che avete e createne delle nuove». Non molti tuttavia sanno che tale anelito diffuso (lo si ritrova tale e quale nella retorica dei primi anni della Rivoluzione Americana sbeffeggiata da Grant Gilmore) fu soddisfatto dai bolscevichi in modo più avanzato e costruttivo di quanto non sia mai riuscito a chiunque altro. Un esperimento di costruzione di una nuova giuridicità che non ha mai avuto parti per tutto il Novecento.

Mi pare risponda ad una necessità di verità storica, proprio nel periodo in cui siamo circondati da mediocre letteratura celebrativa della rivoluzione del 1989 che spunta, guarda caso, copiosa proprio in concomitanza con lo straparlare sulla fine della crisi, ripercorrere almeno per brevissimi cenni, il contributo dato all'ordine giuridico globale dai settant'anni di sviluppo della legalità socialista. Ciò non solo per finire il trittico di esperienze giuridice «altre» pubblicato su queste pagine (Il manifesto del 30 settembre e del 15 novembre), ma soprattutto per superare un'immagine della legalità socialista che ancor oggi, a vent'anni dalla fine della Guerra Fredda, risente della più becera propaganda atlantista. Infatti, durante la Guerra fredda autori come Hayek, Rostow, o Roscoe Pound e successivamente innumerevoli cantori sulla scia di Fukuyama hanno costruito un feticcio di legalità occidentale in contrapposizione con l'(il)legalità socialista.



I processi alla Lubianka

La costruzione dell'immagine dominante di legalità occidentale non passa soltanto attraverso la «mancanza» di legalità nell'altro contemporaneo, dalla Cina al mondo islamico, ma si fonda soprattutto nel rifiuto di riconoscere il contributo del socialismo realizzato alla nostra stessa esperienza giuridica, quindi attraverso un diniego dell'esperienza storica realizzata non soltanto in Unione Sovietica ma anche da noi in passato. Parlando nel 1990, Bush padre dichiarava che, «con l'Unione Sovietica finalmente scomparsa», gli Stati Uniti avrebbero «costruito un mondo in cui il regime di legalità avrebbe sostituito la legge della giungla, un mondo in cui le nazioni riconoscono le responsabilità condivise per la libertà e la giustizia, un mondo dove il più forte rispetta il diritto del più debole».

Si tratta adesso di far finalmente giustizia di questa idea della legalità socialista come «legge della giungla» accompagnata da truculente immagini di processi sommari condotti alla Lubianka, o nella periferia Africana dal Negus rosso durante il terrore del Derg. È chiaro che ci si incammina su una strada non facile perché quello che ci interessa è proprio ristabilire il contributo del socialismo realizzato (con stalinismo e tutto il resto) alla legalità internazionale e non il contributo di civiltà dell'ideale socialista, il che è tanto più facile e scontato quanto meno interessante. In effetti non è sufficiente cimentarsi sulla tragica diatriba degli anni trenta che costò la vita a Evgeny Pashukanis, autore di un fondamentale The General Theory of Law and Marxism, caduto in disgrazia a seguito della polemica con il grande inquisitore Andrey Vishinsky, sulla sparizione necessaria o meno del diritto (e quindi sul suo ruolo e su quello dello Stato) nella transizione fra il socialismo e il comunismo.

Voglio piuttosto mostrare come le idee giuridiche di Lenin abbiano portato ad una riscrittura incredibilmnte avanzata del diritto nuovo, promulgando leggi volte finalmente alla liberazione e non all'oppressione. Mi sembra che specchiarsi in questo diritto abbia obbligato il capitalismo a trasformare profondamente le proprie istituzioni giuridiche di sfruttamento economico in direzione più inclusiva e rispettosa della persona. È ovvio che la diversa narrativa che intendo proporre condivide l'analisi e la valutazione di Angelo d'Orsi sulle conseguenze della caduta del muro di Berlino sulla civiltà giuridica, il che ci obbliga oggi ad un immane sforzo ricostruttivo perchè il capitalismo non ha più incentivi internazionali a mostrare un volto civile.



Una costituzione da studiare

La legislazione bolscevica iniziò fin dal 1917 a farsi carico delle condizioni della popolazione sovietica. Lenin sognava un sistema fondato sul diritto ad un tetto sulla testa, a cure mediche gratuite e ad un lavoro. Nessun governo nella storia si era mai prima fatto carico di simili responsabilità sociali. Prima degli anni Venti, quando ancora l'industrializzazione era lontana, la legge garantì il posto di lavoro in un momento storico in cui in Occidente il padrone poteva licenziare il lavoratore in qualunque momento. I lavoratori sovietici avevano diritto all'assicurazione medica a spese del datore di lavoro, a benefici in caso di inabilità al lavoro, a periodi significativi di riposo retribuito durante la malattia. La giornata lavorativa ricevette un limite di otto ore per sei giorni la settimana (ridotte a 7 nel 1928) quando ancora negli Stati Uniti era incostituzionale limitare per legge l'orario di lavoro per i fanciulli. Si andava in pensione dai lavori usuranti a 50 anni, e si istituirono scuole di formazione permanente, gratuite, in cui i lavoratori potessero conseguire titoli medi e superiori. Nacque il quei primissimi anni la contrattazione collettiva di lavoro e furono istituite forme di democrazia industriale. Un sostenuto programma di nazionalizzazioni rese effettivi questi diritti, soprattutto quello all'impiego. Durante la crisi del '29 quando la disoccupazione raggiunse cifre da capogiro in Occidente, l'economia sovietica vantava livelli occupazionali altissimi.

Le donne ricevettero un livello di protezione giuridica che altrove fu raggiunta, quando raggiunta, mezzo secolo più tardi. Per esempio, alle madri sole con figli a carico fu garantito trattamento preferenziale, impiego vicino casa, e asili gratuiti di supporto. Tutti questi diritti, inclusi quelli alla pari retribuzione fra i generi, vennero costituzionalizzati per la prima volta da Stalin nel '36. Già dal '17 si cercò di rendere effettivo il diritto ala casa mediante moratoria sugli affitti e, poco dopo, equo canone. Le industrie dovevano offrire casa ai lavoratori. Dal 1921 nelle case nazionalizzate il lavoratore non doveva pagare né affitto né spese. Impressonanti programmi di edilizia pubblica risolsero, seppur in maniera insoddisfacente, il problema della casa già con l'industrializazione degli anni Trenta.



Lo scontento del quarto stato

I progressi rispetto alla legislazione occidentale furono altrettanto significativi in altri settori: l'eguaglianza fra gli sposi, il divorzio e l'aborto, introdotti senza restrizioni già nel 1917. Le donne avevano il diritto ad assentarsi per maternità conservando il posto di lavoro. Già dal 1918 oltre mezzo secolo prima che in Italia i bambini nati fuori dal matrimonio si videro riconosciuti gli stessi diritti dei figli legittimi. Nel diritto penale Lenin si sforzò di rendere effettivo il principio di rieducazone dovuto alla concezione del crimine come prodotto delle condizioni sociali. Le pene furono radicalmete ridotte, il carcere sostituito da campi di rieducazione in cui si poteva imparare un lavoro. L'eutanasia fu depenalizzata e così la sodomia fin dal 1920. Importanti programmi, informati alla tutela dei diritti delle lavoratrici del sesso, vennero istituiti per risolvere il problema della prostituzione. Nel diritto internazionale il governo sovietico denunciò la prassi dei trattati segreti pubbicandone oltre 100 conclusi dallo Zar ai danni dei più varii popoli. Nel 1919 il governo bolscevico rinunciò a tutti i suoi privilegi internazionali comprese capitolazioni e extraterritorialità di cui godeva in Persia, Cina, Afghanistan e Turchia.

Questo insieme di legge nazionali gettarono nel panico le Cancellerie occidentali alle prese con lo scontento del quarto stato. La risposta a questo stato di cose generò una trasformazione giuridica che sembrava definitive anche in Italia ancora quando, nei primi anni Ottanta, frequentavo la facoltà di Giurisprudenza da studente (statuto lavoratori, equo canone, legge sulla casa). Subito dopo la conferenza di Versailles, nel primo dopoguerra, nacque l'Ilo (Organizzazione Internazionale del lavoro) e il modello sovietico ispirò gli aspetti più sociali delle Costituzioni del secondo dopoguerra, nonché gli aspetti che oggi sembrano più utopistici della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione Europea per i diritti dell'uomo. La legislazione sovietica guidò la trasformazione nella concezione occidentale del diritto internazionale (inclusa la decolonizzazione), del diritto di famiglia, del diritto penale, del diritto contrattuale, di quello di proprietà e perfino della desegregazione razziale negli Stati Uniti. Nell'Occidente capitalista il rapporto fra diritto privato e diritto pubblico uscì sconvolto a favore di quest'ultimo. Con il muro di Berlino e con l'epurazione dei giuristi della Germania Est che seguì l'unificazione, caddero non soltanto un ideale ma l'anelito all'incusione sociale tramite il diritto che sopravviveva nella Repubblica democratica tedesca.

Senza incentivi esterni, in nome della flessibilità, dell'efficienza e del mercato siamo tornati all'autoritarismo bigotto dei padroni delle miniere, che esportiamo sotto la voce democrazia.

di Ugo Mattei, «il manifesto», 5 dicembre 2009

Un mondo di lacrime e sangue

È difficile capire come il pianeta possa riuscire a trovare una via d'uscita dalla attuale recessione. L'accentuarsi dei conflitti per il controllo delle risorse prepara però un futuro poco roseo, rendendo risibile l'immagine del mercato come paese delle meraviglie La crisi è sistemica, perché investe le sue componenti finanziarie, sociali e culturali . E va compreso il fatto che laborsa e le banche costituiscono ormai l'ossatura dell'economia reale.

Il capitalismo è di fronte a una crisi sistemica, che coinvolge sia la dimensione finanziaria che quella «reale». Per Giacomo Becattini è questo il punto da cui partire per comprendere le conseguenze e gli «effetti collaterali» dell'attuale situazione economica. Studioso dei distretti industriali come modello di sviluppo economico parallelo a quello basato sulla grande impresa, Becattini sostiene che la crisi mette a nudo i limiti e le difficoltà della sinistra nella comprensione dei processi economici. Allo stesso tempo, in questo terzo appuntamento su come alcuni economisti italiani riflettono sulla situazione attuale, invita a non fare facili profezie sulle vie d'uscita dalla crisi, perché dipendenti da «logiche sistemiche» proprie del processo economico che dalle politiche nazionali e internazionali.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

La crisi è anzitutto sistemica, perché investe tutto l'organismo sociale, non solo nelle sue componenti economico-finanziarie, ma anche in quelle sociali e culturali. Essa è finanziaria e reale al tempo stesso, perché la finanza (la borsa, le banche, ecc..) nel capitalismo avanzato, costituisce l'ossatura - strutturalmente infetta - dell'economia reale. Ciclica, infine, per la natura stessa del mercato, che chiudendo i conti sempre ex post deraglia sistematicamente dal sentiero dello sviluppo equilibrato e deve esservi ricondotto, prima o poi, dalla crisi.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti «mainstream» per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

Senza negare ogni utilità alla modellistica politicamente uncommitted dilagante nel mondo degli studi economici, credo, in sostanza, che questo orientamento contenga una rinuncia al compito principale dell'economista, che, per me, è di analizzare il funzionamento dei sistemi economici nel loro complesso, fra cui «l'economia di mercato», come strumenti non semplicemente di massimizzazione del benessere economico, ma anche e soprattutto di attivazione e valorizzazione delle potenzialità intellettuali di ogni popolo e di ogni strato sociale. Il «grande spreco» del capitalismo attuale, non compensabile da alcun aumento del Prodotto interno lordo, è la sua incapacità di valorizzare la potenzialità intellettuale di qualche miliardo di esseri umani. Altro che bassi salari o disoccupazione nel mondo «civilizzato», questo è il vero e fondamentale fallimento del mercato.

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?

Bella domanda! A cui, però, non so rispondere altro che: siamo nei guai e non ne usciremo facilmente. Né vedo in giro risposte convincenti. Come economisti il contributo che possiamo e dovremmo dare è una critica intelligente e onesta, ma sempre più approfondita, del capitalismo oligopolistico-finanziario, che ci sta portando, sospetto, all'apocalisse. Il punto mi pare essere che non c'è più una politica distinta dall'economia. Ricordo la storiella di E.D. Domar in cui il ministro del commercio statunitense presenta su di un vassoio tutti i progetti dell'amministrazione, invitando ogni rappresentante dell'industria a togliere quello che gli da più fastidio. Bene, al termine del giro, il vassoio è vuoto. Un esempio aggiornato della storiella ce lo offrono, più o meno, le vicende del piano sanitario di Obama.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di Stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

L'assetto mondiale di un domani anche relativamente prossimo - diciamo 10 anni - è una grande incognita. Focolai immensi, positivi e negativi, come il risveglio economico di Cina ed India e i «subbugli», sudamericano e africano, ancora largamente non analizzati, sono all'opera e nessuno può dire cosa accadrà dell'Europa, se resisterà allo sconquasso. Certo è che, da un lato le linee divisorie tracciate dalla storia europea, sono nette e profonde e, conseguentemente, le spinte antiunitarie sono numerose e vigorose; dall'altro la filosofia dell'Europa Unita è squallidamente economicistica. Dietro a questa Europa, non riesco vedere, almeno finora, una idea-forza di vero superamento degli egoismi nazionali e di costruzione di un nuovo protagonista della scena mondiale futura. Vedo solo atteggiamenti difensivi, non privi di utilità, certo, ma che non disegnano alcun futuro propriamente europeo. Insomma: Io, speriamo che me la cavo.

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Proprio qui sta l'astuzia della manovra. Il '29 ha insegnato che il principale amplificatore della crisi, una volta avviata, sta nel panico dei depositanti e degli operatori in borsa. Quindi le prime misure sono state garantire i depositanti e immettere liquidità. Naturalmente, questa prassi, una volta metabolizzata dal sistema, riduce la paura del fallimento e delle sue conseguenze patrimoniali, negli consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali, e negli operatori di borsa, generando, di conseguenza, un «capitalismo bastardo» in cui è sufficiente portare, con qualsiasi mezzo, la propria azienda a dimensione socialmente rilevante (Fiar e Alitalia docent), per essere garantiti contro il fallimento. In sintesi, si è violata quella che D.H. Robertson chiamava la «regola aurea del capitalismo»: chi decide paga errori e imbrogli (se vengono svelati o se non riescono bene) - forse con la prigione (e qui gli americani c'insegnano qualcosa), ma, sicuramente, col suo patrimonio. E invece. È precisamente questo l'andazzo che denunciava sommessamente Ernesto Cuccia - che il capitalismo lo conosceva bene - in un suo famoso appunto del 1978: «non si può fare a meno di chiedersi se, nel caso in cui non fosse stato facilitato l'abbondante flusso di finanziamenti agevolati a taluni imprenditori - privati e pubblici - nell'illusione che non la bontà degli investimenti e la oculatezza della gestione avrebbero assicurato il successo dell'iniziativa, bensì la protezione politica quale mezzo per raggiungere il gigantismo delle imprese e con il gigantismo, non si sa come o perché, la loro fortuna (ora lo si è capito!) c'è da chiedersi, dicevamo, se in tal caso non avremmo avuto aziende molto più modeste, ma più sane, con una crescita fondata almeno in parte sull'autofinanziamento e non soltanto sui debiti, capacità produttive più aderenti alle effettive dimensioni dei mercati e, soprattutto, minori interferenze politiche, lecite e illecite, nella vita economica del paese».

Un capitalismo, insomma, quello che ci attende, da «Alice nel paese delle meraviglie». Il problema vero, dalla cui soluzione si giudica sub speciae aeternitatis il sistema, non è la piena occupazione purchessia, ma «quale occupazione». Il sistema economico ottimale è, per me, quello che apre al massimo numero di giovani in età lavorativa, un certo numero di alternative d'impiego. Una situazione che si è presentata - in modo rudimentale, beninteso! - in quei microcosmi di capitalismo concorrenziale che sono i nostri distretti industriali. Ma la sinistra italiana, imprigionata in schemi del passato - duole dirlo - non se n'è accorta - pagando puntualmente il fio in termini elettorali. Che tristezza.

Questo implica immense responsabilità del sistema. Per garantire questa pluralità di possibilità a tutti i giovani occorrono riforme che incidono nella carne viva della società. La tendenziale uguaglianza dei punti di partenza, all'età in cui uno entra nella vita sociale (16-18 anni), con tutto ciò che implica, è, per me, l'idea forza di una nuova sinistra. E se questo diventasse l'impegno fondamentale di chi governa il paese, ne discenderebbe una graduatoria degli interventi di natura economica, sociale e formativa assai diversa da quelle in circolazione.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Precisiamo: se ci si riferisce al mondo attualmente sviluppato, un prezzo certamente alto, che dimostra ancora «di che lacrime grondi e di che sangue» lo sviluppo capitalistico, ma probabilmente non più alto di quello di percorsi più classici di fuoriuscita dalla crisi. Se ci si riferisce, invece, al mondo nel suo insieme, si possono fare molte ipotesi, ma, per quanto ne so io, non si dispone di modelli logici che consentano una risposta non campata in aria.

Quello che si può dire con certezza è che la crisi attuale non porterà certamente al crollo del capitalismo, anche perché non disponiamo di alternative radicali di sicuro funzionamento, e un sistema sociale non può scomparire finché non è pronto il successore. Il cosiddetto «socialismo alla cinese» e le altre pretese vie al socialismo sono, infatti, per ora, una grande incognita.

Ma l'accentuazione dei contrasti per il controllo delle risorse naturali e l'incarognimento dell'umanità, i quali procedono implacabili, non promettono niente di buono. Mi dispiace a chiudere in negativo, ma questa è, purtroppo, la convinzione che pervade il mio stato d'animo.

Di Cosma Orsi, «il manifesto», 25 novembre 2009

La sinistra europea senza idee né progetti

Il socialismo europeo sta attraversando una crisi profonda. Se lasciamo da parte le socialdemocrazie dei pae si scandinavi, dove la conlittualità sociale è meno acuta, e i neonati partiti socialisti dell’Europa dell’est, possiamo constatare che negli altri casi – Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia – i partiti socialisti vivono un periodo di grandi diicoltà. L’unica eccezione è la Spagna. In Francia la crisi è cominciata nel 2000 con il fallimento dell’esperimento della “sinistra plurale”. Alle politiche per il rilancio dell’economia del 1997 è seguita una linea più liberista a partire dal 1999. Lionel Jospin, allora leader socialista e primo ministro, è stato il simbolo di questo cambiamento di rotta. Quando la multinazionale all’aumento dell’astensionismo elettorale. In Gran Bretagna il simbolo del fallimento del New Labour è stata l’uscita di scena del suo ideatore, Tony Blair. A conti fatti, la tanto celebrata terza via non è stata altro che una riproposizione, più edulcorata e ammiccante, del thatcherismo, basato sullo smantellamento dei servizi pubblici e sulle privatizzazioni. Oggi il Partito laburista è in caduta libera. Durante l’ultimo congresso il leader Gordon Brown ha proposto un welfare state alternativo, fondato su un “nuovo modello economico, sociale e politico” e sulla “regolamentazione del mercato”. Ma non ha speciicato da dove dovrebbero arrivare le risorse per inanziare il suo progetto e non ha chiarito come intende convincere le classi medie, che chiedono più stato sociale e meno tasse allo stesso tempo. La Gran Bretagna non fa parte della zona euro e perciò ha più libertà nella gestione del debito pubblico e del deicit di bilancio, che hanno toccato rispettivamente l’80 e il 12,4 per cento del pil. Ma il numero dei disoccupati, che sono già tre milioni, è destinato ad aumentare: senza incentivi iscali e senza nuovi aumenti della spesa pubblica sembra impossibile salvare i posti di lavoro. Da Roma a Berlino In Italia la sinistra socialista si è disgregata negli anni novanta ed è stata risucchiata in un buco nero. La nascita del Pd, con l’alleanza tra ex comunisti e parte della Democrazia cristiana, ha avuto due conseguenze negative: la scomparsa del socialismo, inteso come progetto politico e ideologico, e la creazione di un ampio bacino elettorale per il populismo reazionario di Silvio Berlusconi. L’attuale crisi del berlusconismo più che giovare alla sinistra sta mettendo in evidenza la sua debolezza. In Germania il Partito socialdemocratico (Spd) è in crisi dal 2000, quando uno dei suoi leader, Oskar Lafontaine, riiutò di appoggiare la svolta liberista di Gerhard Schröder. Nel 2005 l’Spd ha perso le elezioni e ha accettato di formare un governo di coalizione con i cristianodemocratici Internazionale 823
27 novembre 2009 19 (Cdu). Abituati a tessere alleanze con la destra, i socialdemocratici non hanno saputo proporre soluzioni credibili di fronte alla crisi e oggi sono il partito della sinistra europea in maggiore diicoltà. Oltre a subire la spaccatura voluta da Lafontaine, fondatore del partito di sinistra Die Linke, dal 1998 l’Spd ha perso circa dieci milioni di voti, anche a favore di verdi, liberali e cristianodemocratici, e la recente elezione alla presidenza di Sigmar Gabriel, un centrista senza un proilo ideologico deinito, non sembra suiciente a cambiare le cose. Un nuovo welfare Questa breve panoramica ci permette di individuare alcune tendenze di fondo. Prima di tutto i partiti socialisti occidentali negli anni novanta hanno accettato di adattarsi alla globalizzazione, scegliendo la cosiddetta terza via: non solo non hanno oferto un progetto alternativo al loro elettorato tradizionale (le classi medie e popolari), ma non hanno nemmeno compreso tutte le conseguenze della loro scelta. In questo modo sono diventati più aidabili dal punto di vista governativo, ma hanno smarrito gran parte della loro identità. Da qui deriva il paradosso attuale: i partiti socialisti sono travolti dalla crisi del liberalismo, mentre la destra liberale non esita ad applicare le ricette tradizionali del welfare per afrontare la recessione. In altri termini la destra si sta dimostrando più pragmatica della sinistra che, abbandonate le idee socialiste, si è ciecamente aidata alle virtù del social-liberismo. In Europa occidentale, inoltre, le forze di sinistra sono incapaci di reagire di fronte allo spostamento a destra della società: un fenomeno che è il risultato dell’instabilità creata dalla deregulation economica e sociale degli ultimi anni e che si traduce in una forte domanda di sicurezza (sociale, economica e identitaria) e in un ritorno al nazionalismo. Queste due tendenze di fondo, presenti ovunque in Europa, mettono a nudo la grave crisi d’identità della socialdemocrazia, ormai priva di un progetto speciico. In questi ultimi 15 anni la vittoria del liberismo non è stata solo economica, è stata soprattutto ideologica e culturale. La sinistra non sembra avere più gli strumenti, i metodi o la visione per interpretare il mondo e per agire. E ha sempre maggiore diicoltà a diferenziarsi dalla destra. Questa mancanza di progetti e idee viene mascherata da una retorica fondata sulla difesa dei suoi valori tradizionali: la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà e la tolleranza. Il punto è che i partiti socialisti sembrano ricordarsi dell’importanza di questi valori solo quando sono all’opposizione per dimenticarsene quando vanno al governo. I socialisti europei si trovano di fronte a un bivio cruciale: o mettono a punto un progetto credibile o sono destinati a scomparire lentamente. Che fare di fronte alla crisi della globalizzazione? Come reagire al riiuto degli europei nei confronti del liberismo? Come afrontare la delusione e lo scetticismo delle classi popolari e medie? La nascita di un nuovo welfare europeo, oggi più necessario che mai, dipende dalle risposte che la sinistra europea riuscirà a dare a queste domande. s b



L’AUTORE Sami Naïr è un politologo francese di origine algerina. Insegna all’università Paris VIII e collabora con diversi giornali europei, tra cui El País e Libération.



di Sami Naïr, «El País», Spagna da «L'Internazionale»

sabato 21 novembre 2009

Il mondo ostaggio dei rentiers

La crisi economica, questa nostra sconosciuta. Viene presentata così l'attuale recessione, alternando la previsione di una uscita ravvicinata da essa a una lettura che indica nella lunga durata la sua dimensione temporale. Allo stesso tempo l'oscillazione tra le speranze, da parte della teoria economica mainstream, di uscirne fuori in continuità con il passato e la convinzione che «niente sarà come prima» segna la discussione pubblica. Con l'intervista a Giorgio Lunghini inizia una ricognizione su come autorevole economisti italiani affrontono la natura della crisi attuale. Studioso noto ai lettori de «il manifesto», Lunghini propone di leggere la crisi sia in una prospettiva storica che di analisi critica del capitalismo.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Un sistema economico capitalistico - un'economia monetaria di produzione, nel linguaggio di Keynes - è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza, dunque nella struttura del sistema gli elementi reali e gli elementi monetari sono strettamente interconnessi. Tra elementi reali e elementi monetari c'è però una gerarchia, nel senso che un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi, per usare il linguaggio di Marx, se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione» (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d'acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.
Nel linguaggio di Keynes, non si darebbero crisi se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design - da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico - il «mercato» - non è capace di autoregolarsi. In tutto ciò ha un ruolo essenziale il saggio dei profitti che, come hanno mostrato gli economisti classici, ma sopra tutti Marx, tende a cadere. Quando il saggio dei profitti è tale da generare crisi di realizzazione, poiché vi si associano bassi salari e disoccupazione, e a un tempo tale da generare crisi di tesaurizzazione, il sistema capitalistico va incontro a crisi che se si vuole si possono chiamare sistemiche. Così è stato nella crisi del '29 (le cui radici risalgono però al 1870), così è oggi. In tutti e due i casi - e a ciò mi limito, quanto al confronto tra il '29 e l'oggi - la crisi si è manifestata dopo un tentativo fallimentare di contrastare la caduta del saggio dei profitti con un processo di globalizzazione, di riduzione del mondo a mercato. Aggiungo soltanto che la risposta europea alla crisi del '29 fu il nazifascismo.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Di per sé l'uso della matematica nell'analisi economica non è biasimevole, lo diventa quando si vogliono trattare in forma matematica questioni che non lo consentono, oppure quando non si trattano questioni importanti perché non consentono una trattazione matematica. Di questioni del genere in economia ce ne sono molte. In visita alla London School of Economics, l'anno scorso, la Regina Elisabetta aveva chiesto - con regale candore - come mai soltanto pochi economisti avessero previsto la crisi. Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi scritto alla Regina una lettera, in cui scrivono che una delle ragioni principali dell'incapacità della professione di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è una formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche matematiche: così che l'economia - l'economics - è diventata una branca delle matematiche applicate.
I firmatari della lettera ricordano anche che l'insospettabile American Economic Association aveva costituito, nel 1988, una commissione sull'insegnamento postuniversitario dell'economia negli Stati Uniti. La commissione, nelle sue conclusioni, manifestò il timore che «i programmi di formazione post-laurea possano produrre una generazione con troppi idiot savants, addestrati alle tecniche ma ignari delle questioni economiche importanti». Nell'educazione degli economisti, aggiungono i firmatari della lettera, vengono omesse la storia economica, la filosofia e la psicologia, e non vengono messe in discussione né l'opinabile credenza in una «razionalità» universale né l'«ipotesi di mercati efficienti». Anche per questa ragione non si è dato il peso dovuto agli avvertimenti non quantificati circa la potenziale instabilità del sistema finanziario globale. C'è un tipo di giudizio, quello cui si può attingere immergendosi nella letteratura e nella storia, che non può essere espresso adeguatamente in modelli matematici. In breve: la matematica decontestualizza i suoi oggetti, e in campo economico ciò comporta il rischio del riduzionismo e della falsa neutralità. L'unico antidoto è la conoscenza della storia e la consapevolezza - l'orgogliosa consapevolezza - della dimensione politica dell'analisi economica.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Non c'è nessun dubbio che la libera circolazione dei capitali, libera nella misura e nelle forme attuali, sia pericolosa per la democrazia economica e dunque per la democrazia in generale. È la tesi del «senato virtuale», una tesi su cui molto insiste Noam Chomsky (che la mutua da B. Eichengreen) e che a me pare difficile da confutare. Questo senato virtuale è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano «irrazionali» tali politiche - perché contrarie ai loro interessi - votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e in particolare delle varie forme di stato sociale).
I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale. Questo è un portato della liberalizzazione sconsiderata dei movimenti di capitale, a sua volta un effetto dello smantellamento del sistema di Bretton Woods negli anni Settanta: ne sono ovvie le conseguenze per la democrazia economica (i più colpiti sono i più deboli tra i cittadini dei diversi paesi) e dunque per la democrazia in generale.
Credo che la politica economica debba andare al di là della semplice regolamentazione dei mercati, ma anche se si limitasse a questa dovrebbe trattarsi di un disegno condiviso di politica economica e finanziaria internazionale. Un nuovo piano Keynes - che aveva ben chiari i rischi di una circolazione dei capitali sfrenata - non mi pare in vista.
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
Temo che il modello europeo di stato sociale non sia più un modello nemmeno per gli europei. Lo stato sociale è una delle più grandi invenzioni politiche e istituzionali del secolo passato, la sua distruzione una delle più gravi responsabilità dei governi europei degli ultimi trent'anni. La responsabilità è tanto più grave, in quanto ha natura culturale ancor prima che politica. Anche in Europa ha avuto un peso il senato virtuale, ma soprattutto ha pesato una adesione acritica, antistorica e non necessitata dalle circostanze, al liberismo imperiale: che nulla ha a che fare con la tradizione liberale, ancor prima che socialdemocratica, dell'Europa. In verità non è mai esistito un vero e proprio modello europeo di stato sociale, le varianti nazionali avevano storie e articolazioni differenti. Ciò che ancora oggi costituisce un modello intellettuale - modello nel senso di disegno da prendere ad esempio, e cui dovrebbero guardare per primi i keynesiani dell'ultima ora - è la «Filosofia sociale» cui avrebbe potuto condurre la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta di Keynes.
Oggi come allora i «difetti» più evidenti della società economica in cui viviamo sono l'incapacità ad assicurare la piena occupazione e una distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito (che sono tra le cause principali della crisi attuale). Per rimediare a questi difetti, Keynes propone tre linee di intervento: una redistribuzione del reddito per via fiscale (imposte sul reddito progressive ed elevate imposte di successione), l'eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo, intervento dello stato nell'economia. La redistribuzione del reddito comporterebbe un aumento della propensione media al consumo e dunque della domanda effettiva. L'eutanasia del rentier, dunque del «potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale», renderebbe convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale.
Per quanto riguarda l'intervento dello stato, secondo il Keynes de La fine del laissez faire, «l'azione più importante si riferisce non a quelle attività che gli individui privati svolgono già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d'azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno prende se non vengono prese dallo stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po' meglio o un po' peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto». Se i difetti denunciati da Keynes fossero stati emendati con le misure da lui indicate, questa crisi non ci sarebbe stata (talvolta i ragionamenti controfattuali sono efficaci), e d'altra parte temo sia improbabile che questa filosofia sociale sia messa in pratica oggi nel mondo occidentale.
Dunque un'uscita dalla crisi sull'asse Washington-Pechino? Un qualche negoziato tra Stati Uniti e Cina è imposto dal nuovo assetto della divisione internazionale del lavoro, ma quale sarà la strategia di Pechino? Il mondo riconosce che la Cina sta emergendo come grande potenza, ma è un peccato - scriveva di recente l'Economist - che a tutt'oggi non sempre agisca come tale.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
Della necessità di una redistribuzione del reddito per via fiscale, della opportunità di una eutanasia del rentier, e della necessità di un intervento attivo dello stato ho già detto. Le politiche dell'offerta fanno parte di quel paradigma teorico, la cui accettazione da parte dei governi ha portato alla crisi attuale. La disoccupazione e il timore di perdere il lavoro innescano un circolo vizioso: consumatori e imprese riducono le loro spese, generando nuovi tagli dell'occupazione. Fino a quando i salari e l'occupazione non saranno risaliti almeno ai livelli di dieci o vent'anni fa, la crisi non sarà finita.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Se quel debito fosse stato contratto per assicurare istruzione, sanità e assistenza ai cittadini, le future generazioni non dovrebbero sopportare nessun prezzo, poiché a fronte di quel debito avrebbero oggi e domani quelle strutture e quei servizi. Il prezzo che pagheranno è la mancanza di quelle strutture e di quei servizi, a causa di un debito pubblico che è stato contratto a favore di quei privati che hanno determinato la crisi attuale.

di Cosma Orsi, «il manifesto», 18 novembre 2009

La Merkel investe nella ricerca. Un bello schiaffo all’Italia

Il governo di centro-destra di Angela Merkel ha reso noto il suo programma di legislatura per la ricerca e l’alta educazione: più 5% di aumento ogni anno fino al 2015 per i finanziamenti ai due grandi centri di ricerca statali, la Max Planck Society e il DFG (Deutsche Forschungsgemeinschaft), più 7,7 miliardi più 5 miliardi di euro, nuovi e aggiuntivi, per le università, dal 2011 al 2015 di cui 5 miliardi per lo sviluppo generale e 2,7 miliardi dedicati all’”Iniziativa per l’Eccellenza”, e infine 14,6 miliardi di euro per lo sviluppo dell’alta tecnologia nei settori considerati strategici: energia, clima, salute e sicurezza. Per uscire dalla crisi, dunque, la Germania punta sul «pacchetto conoscenza»: più scienza e più formazione. Il programma è davvero significativo per almeno tre motivi. Primo: viene al termine di un anno in cui, malgrado la recessione, gli investimenti del governo federale in scienza e sviluppo sono cresciuti del 10%. Secondo, ripropongono tal quale il programma del precedente governo di centro-sinistra, guidato dalla stessa Angela Merkel: una continuità che dimostra come la scienza e l’alta educazione siano una scelta strategica malgrado l’alternarsi dei governi. Terzo: il programma punta, come in Italia, sulla valorizzazione del merito, a Berlino non è sostenuta solo dalle parole e dalle norme, ma da investimenti concreti. Due aspetti particolari colpiscono. Il primo riguarda l’«Iniziativa per l’eccellenza», ovvero il tentativo di premiare le università che fanno meglio. Finora l’iniziativa ha potuto contare su una fase pilota di tre anni, finanziata con 30 milioni di euro l’anno, che ha dato lavoro a 4.200 ricercatori, per la gran parte giovani, di cui il 40% donne e il 25% provenienti dall’estero (molti dall’Italia). Un altro aspetto riguarda l’alta tecnologia. Gran parte degli investimenti in ricerca ha riguardato il settore dell’energia rinnovabile. Con un successo: in dieci anni le fonti rinnovabili sono passate dal 6 al 17% del totale.

di Pietro Greco, «l'Unità», 16 novembre 2009

L’estinzione dello Stato

Possono le istituzioni sopravvivere in un ambiente in cui la loro delegittimazione diviene una deliberata strategia politica? Che cosa accade quando il rispetto della Costituzione è costretto a rifugiarsi in luoghi sempre più ristretti? Stiamo percorrendo una anomala e inquietante via italiana all’estinzione dello Stato?

L’Italia sta diventando un perverso laboratorio dove elementi altrove controllabili si combinano in forme tali da infettare l’intero sistema. E il contagio si diffonde dalla politica all’intera società, dove ogni giorno vengono messi in scena il degrado del linguaggio, il disprezzo delle regole, l’esercizio brutale del potere. Di fronte a pretese e interventi particolarmente devastanti, come quelli che stravolgono la legalità in nome dell’interesse di uno solo, si evoca lo "stato d’eccezione", una categoria politica costruita per giustificare l’esercizio autoritario del potere di governo e che, tuttavia, rivela una sua nobiltà intellettuale che non si ritrova nelle miserabili prassi italiane di questi tempi. Che sono ormai così diffuse e radicate da impedire che si parli dello stato d’eccezione come di qualcosa appunto eccezionale. Come si è parlato di "emergenza permanente", per imporre logiche autoritarie e manomettere i diritti, così è ragionevole definire lo stato delle cose italiane come uno "stato d’eccezione permanente".

Sono gli stessi principi costituzionali ad essere regolarmente violati, a cominciare da quello di eguaglianza. Non dimentichiamo che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il "lodo Alfano" proprio per il suo contrasto con quel principio. Dobbiamo ricordarlo ancora oggi di fronte alle proposte di approvare una legge costituzionale che riproponga i contenuti di quel testo: anche questo tipo di legge deve rispettare l’eguaglianza. Lo ha sottolineato fin dal 1988 la Corte costituzionale, affermando che i «principi supremi» dell’ordinamento italiano non possono essere «sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali». Tra questi principi spicca proprio quello dell’eguaglianza tra i cittadini.

Ma la diseguaglianza è stata codificata da molte leggi, è penetrata profondamente nella società, sta creando categorie di "sottocittadini". Nella vergogna del "processo breve" vi è la maggior vergogna dell’esclusione dai benefici degli immigrati clandestini. Questa erosione delle basi della convivenza nega l’universalità dei diritti fondamentali, legittima il rifiuto dell’altro e del diverso, e così apre le porte a quei fenomeni di razzismo e omofobia che rischiano di diventare una componente stabile del panorama italiano.

Una volta messi da parte i principi, la distorsione del sistema istituzionale diventa inevitabile e quotidiana, e non è più sufficiente a spiegarla il richiamo del conflitto d’interessi incarnato dal presidente del Consiglio. Si è manifestata una nuova forma di "Stato patrimoniale", dove si mescolano risorse pubbliche e private, l’influenza politica si sposa con la pressione economica, le aziende della galassia berlusconiana diventano snodi politici determinanti. Lo rivelano, tra l’altro, non solo il continuum Mediaset/Rai e gli annunci di normalizzazione di canali televisivi ancora un po’ fuori dal coro, ma anche le manovre che riguardano l’assetto complessivo delle telecomunicazioni, la proprietà dei giornali, il sistema finanziario.

Un potere che si è progressivamente concentrato in poche mani, con una idea proprietaria dello Stato che cancella gli altri soggetti istituzionali e azzera ogni controllo. Conosciamo la deriva che sta travolgendo il Parlamento, espropriato d’ogni funzione, e che ha portato alla clamorosa decisione di una "serrata" di dieci giorni della Camera dei deputati, decisa dal suo Presidente per denunciare l’impossibilità di lavorare.

Un fatto davvero senza precedenti, che avrebbe dovuto provocare reazioni forti, che è stato piuttosto ricondotto alle schermaglie tra Fini e Berlusconi. La funzione legislativa è saldamente nelle mani del Governo attraverso i decreti legge e le leggi delega, e grazie al diffondersi delle "ordinanze di protezione civile", sottratte a qualsiasi controllo parlamentare e che contengono sempre più spesso norme di carattere generale, ben al di là delle emergenze che le giustificano. Ma è soprattutto la dimensione costituzionale ad essere evaporata.

La Costituzione non appartiene più al Parlamento, tant’è che d’ogni legge in corso di discussione si discute se il presidente della Repubblica la firmerà o no, quali siano i rischi di una dichiarazione d’illegittimità da parte della Corte costituzionale. I custodi della Costituzione sono altrove, e la stessa Carta costituzionale rischia di veder mutato il suo significato se una istituzione centrale, il Parlamento, si comporta come se le fosse estranea.

Molte aree istituzionali vengono così desertificate, prendendo anche a pretesto vere o presunte inefficienze. Si documentano i ridottissimi tempi di lavoro del Parlamento e se ne trae spunto per denunciare i deputati fannulloni, non per indicare misure per rivitalizzare il Parlamento, possibili già oggi. La stessa tecnica è adoperata per attaccare la magistratura e legittimare l’ennesima legge ad personam, quella sul processo breve, giustificata con l’argomento della ingiustificata durata dei processi. Ma è del 1999 la riforma dell’articolo 111 della Costituzione che parla di una loro "ragionevole durata", sono anni che la Corte europea dei diritti dell’uomo ci condanna per le lungaggini della giustizia, sono decenni che il dissesto dell’amministrazione giudiziaria può essere definito "una catastrofe sociale". Così sensibile al problema, la maggioranza di centrodestra non ha mosso un dito nella fase di governo tra il 2001 e il 2006, assai interventista in materia di giustizia, ma non per approvare misure e attribuire risorse per tagliare i tempi processuali, bensì per andare all’assalto dell’indipendenza della magistratura. E oggi vuole profittare di questa situazione per sottrarre Berlusconi ai processi e assestare un colpo ulteriore all’efficienza e alla credibilità della magistratura.

Un "dialogo" sulle riforme costituzionali, e la stessa politica quotidiana dell’opposizione, non possono ignorare tutto questo. E bisogna ricordare che la Costituzione si conclude con un articolo che oggi esige particolare attenzione. È scritto nell’articolo 139: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Questo non vuol dire, banalmente, che non si può tornare alla monarchia. Significa che il nostro sistema costituzionale presenta una serie di caratteristiche che definiscono la "forma repubblicana" e che non possono essere modificate senza passare ad un regime diverso. È proprio quello che non si stanca di ripetere, con sobrietà e fermezza, il Presidente della Repubblica

di Stefano Rodotà «la Repubblica», 20.11.2009

lunedì 16 novembre 2009

La «borghesia camorristica»?Esiste, ma nessuno ne parla


L’attenzione sull’importanza della criminalità dei potenti nell’interpretazione dei processi d’istituzionalizzazione della camorra e la legittimazione che il fenomeno criminale riceve in forme dirette e indirette da ampi settori della borghesia dell’area metropolitana napoletana non ha la stessa radicalità e continuità interpretativa che registriamo, invece, a proposito della «borghesia mafiosa». La domanda, allora, non è peregrina: perché? (…) Perché non si è radicata anche per l’organizzazione criminale camorrista una tradizione di studi (e di indirizzo investigativo) capace di spiegare e interpretare qual è il ruolo che segmenti di ceto professionale, imprenditoriale, burocratico, tecnico — insomma quella che a ragione si può definire borghesia camorristica ha storicamente avuto nel garantire alla camorra la sua riproducibilità? Le ragioni di questo ritardo sono ascrivibili sia ad una sorta di defezione sistematica sul tema della camorra, della sua cultura, delle sue commistioni da parte delle grandi dottrine quali il liberalismo e il cattolicesimo, sia alle ondivaghe posizioni della sinistra che ha oscillato tra le cristallizzazioni o distorsioni interpretative e i lunghi silenzi sul fenomeno. (...) Le connessioni tra esponenti della borghesia e gruppi criminali della camorra sono state addirittura spesso negate o sottovalutate, nonostante il dominante originario carattere urbano del fenomeno criminale esponesse tali componenti a relazioni sociali trasversali, al punto che la consapevolezza dell’esistenza di questo intrigo collusivo veniva già manifestata nel 1901 da Saredo il quale parlava di «bassa» e «alta» camorra, quest’ultima «costituita dai più scaltri ed audaci borghesi».

«L’alta camorra»
La percezione distorta della delittuosità consiste, principalmente, o nel vincolarla alle classi sociali caratterizzate da precarietà economica o a quelle élitarie L’attenzione sull’importanza della criminalità dei potenti nell’interpretazione dei processi d’istituzionalizzazione della camorra e la legittimazione che il fenomeno criminale riceve in forme dirette e indirette da ampi settori della borghesia dell’area metropolitana napoletana non ha la stessa radicalità e continuità interpretativa che registriamo, invece, a proposito della «borghesia mafiosa». La domanda, allora, non è peregrina: perché? (…) Perché non si è radicata anche per l’organizzazione criminale camorrista una tradizione che appaiono molto distanti dall’osservatore medio. È così che si rende assente, svanisce quella vasta «area grigia» che ospita svariate figure professionali, funzionari pubblici, amministrativi, consulenti tecnici, esponenti del mondo delle banche, delle finanziarie, del mondo accademico, imprenditori. E ancora, operatori e intermediari economici le cui ascese sociali si fondano su un modus operandi irregolare e su attività illecite, nuove figure professionali legate alla classe dei servizi pubblici e privati e che offrono servizi alle organizzazioni malavitose; non di rado, anche membri delle forze dell’ordine e della magistratura. (...) Relativamente al contesto napoletano proprio la miriade di attività economiche illegali, para-legali, sommerse, illecite che consentono di produrre, commercializzare e consumare beni collocabili sui diversi mercati (legale, illegale e criminale) favorisce l’intreccio delle collusioni, delle cooperazioni e degli scambi con esponenti delle classi borghesi locali, o addirittura è un fattore di spinta, al punto da potersi legittimamente parlare di «borghesia camorristica ». Il radicamento dei gruppi e delle organizzazioni camorristiche, pertanto, non deriva soltanto dai rapporti sociali che esse hanno sviluppato all’interno della plebe, delle classi marginali ed economicamente deboli; non è solo il prodotto di un inquinamento delle subculture devianti, ma dipende anche dalla capacità nel tempo di evolvere le relazioni fiduciarie e di scambio in direzione di una configurazione sociale trasversale alle classi e ai ceti economici, in modo da costituire un blocco sociale che ha avuto un ruolo decisivo nei processi di accumulazione delle differenti risorse e nei rapporti sociali. (...) L’esistenza di un’economia camorristica, ossia un’economia fondata sulla vasta gamma delle attività produttive illegali e criminali intanto ha assunto un peso ed un’evoluzione imprenditoriale tale da giovarsi, oramai, di investimenti e transazioni operate anche sui mercati legali perché usufruisce dell’apporto della borghesia camorristica e con questa intreccia relazioni che non sono solo il prodotto di «deviazioni professionali», ma il risultato di una stabile rete di scambi e commistioni confusive utilizzate specialmente nella fase «matura» dell’accumulazione, quando, cioè è necessario investire parte del capitale circolante nelle attività legali. Questo è il momento in cui gli effetti di alterazione del tessuto economico legale si propagano e si avvertono in misura crescente fino ad assumere un carattere distorsivo dei processi di sviluppo economico.

Sistemi e tipi di mercato
È fuorviante ritenere che i gruppi criminali prosperino solo perché si diffondono i mercati criminali o perché attraverso la forza intimidatoria i sodalizi mafiosi riescono ad imporsi sia nelle attività economiche che in quelle commerciali legali. In realtà tre condizioni strutturali hanno modificato le ragioni della vincente espansione del crimine organizzato in Campania: l’espansione del mercato politico, ossia l’aumento delle risorse che vengono mobilitate in forme dirette o indirette dalle istituzioni politico-amministrative; la dinamica collusiva tra ceto imprenditoriale ed organizzazioni del crimine basata su relazioni di scambio incentrate ormai sull’offerta di servizi alle imprese e opportunità vantaggiose (come l’affaire rifiuti ha dimostrato) che accrescono in forma indiretta gli utili delle imprese; l’espansione nella regione e oltre delle attività sommerse, delle produzioni in nero, delle economie semilegali le quali configurano un insieme differenziato di beni e servizi prodotti e distribuiti in forme illegali da imprenditori che trovano più conveniente «interagire» con la camorra piuttosto che attirare l’attenzione dello Stato sui profili illegali delle attività svolte.(..)

Il capitale sociale
La camorra si sviluppa e cresce perché può contare sulla produzione di un intenso e forte capitale sociale. Ossia, sulla produzione di un insieme di risorse immateriali (...) che utilizzando la tradizione, la subcultura deviante, la stessa religione, il valore dei riti sociali garantisce la forza, la riproducibilità e la stabilità parziale del clan. (...) Queste risorse simboliche alimentano in forma vincolante l’agire sociale di queste comunità avide più di quanto possa fare il riferimento a norme universalistiche siano esse civili, religiose o ideologiche. I risultati positivi sono tali per gli afferenti che il self-interest ne viene rafforzato e s’indebolisce il richiamo al bene comune. (...)La forza di questo capitale sociale si giova del fatto che le società locali non hanno prodotto per contrasto una forte coscienza civile (a livello di sfera pubblica, di istituzioni politiche, di società civile, di organizzazioni economiche, di istituzioni culturali) consapevole della gravità della presenza di tali fenomeni, né una costante, attenta e illuminata mobilitazione a sostegno dell’operato delle forze di polizia, della magistratura, di quanti si danno da fare per combattere ogni forma di illegalità. (...)

Come uscirne?
Occorre che la magistratura aggredisca i capitali e i patrimoni illeciti accumulati; siano arrestati i latitanti (simbolo della sconfitta dello Stato); si intervenga significativamente nelle periferie delle aree urbane attraverso l’azione della scuola, del volontariato, dei gruppi civili; sia prodotto un più efficace controllo legale e sicuro del territorio; ci sia una forte stigmatizzazione sociale di tutte quelle figure che cooperano, fanno affari e colludono con i gruppi criminali (imprenditori, professionisti, politici, ecc.); sia prodotta una maggiore sinergia fra la sfera investigativa e quella «analitica» (del mondo della ricerca sociale) per ideare nuove e più efficaci politiche di contrasto e sicurezza.

di Giacomo Di Gennaro, «Corriere del Mezzogiorno» Dossier dell'Osservatorio sulla camorra e sull'illegalità, 12 novembre 2009.

Colletto bianco per la mafia

“Il Governo ha rafforzato il 41 bis, ha reso più efficace la confisca dei beni ecc…” Lo scrive il Giornale, lo ripetono i parlamentari del Pdl ogni volta che si presenta un caso Dell’Utri o un caso Cosentino. Come dire: se la mafia avesse i suoi referenti politici, come i magistrati, “comunisti” vogliono dimostrare, il Governo non la combatterebbe. Tesi incontestabile. Ma prima di rispondere alla domanda: cosa chiede la mafia al “suo” referente politico occorre spiegare cos’è la mafia oggi. A fianco di quella militare esiste la borghesia mafiosa inserita nei circuiti economici, produttivi del Paese e nelle amministrazioni pubbliche. Trattasi di soggetti non organici, difficilmente identificabili processualmente, legati alla mafia militare classica da rapporti mutualistici: l’imprenditore a cui fa aggiudicare l’appalto, il politico a cui fa votare; l’impiegato, il dirigente pubblico a cui favorisce la carriera; il docente universitario a cui garantisce appoggi nel consesso accademico; il medico a cui garantisce un incarico in una clinica privata. Ognuno di loro accresce il potere di penetrazione della mafia nella società rendendola un catalizzatore sociale. L’appartenenza dei soggetti è trasversale, la mafia guarda all’opportunità che quel candidato può offrire anche sulla base del suo pensiero mafioso, nuovo fertilizzante che varca i confini geografici, da nord a sud. Subappaltare un’opera pubblica o realizzarla con asfalto, cemento avariato è un reato di frode nelle pubbliche forniture punibile fino a 5 anni patteggiabile, che fa risparmiare soldi da dare alla mafia che ha agevolato l’appalto e garantito che l’ente appaltante contiguo non eseguisse i controlli. In che modo il politico referente la favorisce la mafia? Se, ad esempio, sarà nominato al Cipe, alla faccia delle reali esigenze del territorio e di qualsiasi seria politica di sviluppo, gli garantirà l’allocazione delle risorse per opere pubbliche. Ecco come l’inasprimento del 41 bis per la borghesia mafiosa che contribuisce a varare pacchetti sicurezza i cui non vi è traccia dei reati che commette, diventa un prezioso patentino antimafia. Le pene per questi reati che favoriscono la mafia, pur non essendo commessi da mafiosi, non vengono inasprite perché la borghesia mafiosa è entrata nel corpo elettorale. Il solo pacchetto sicurezza antimafia che questo Governo dovrebbe fare è quello che prevede pene severe per i subappalti in nero e per le frodi a danno dell’erario, mentre sta varando il cosiddetto processo breve di cui potrà avvalersi in concreto proprio chi si macchia di questi reati.

di Sandra Amurri, «Il Fatto», 13 novembre 2009

Milano, così gli imprenditori favoriscono la 'ndrangheta

La ’Ndrangheta che conquista Milano arriva fino in via Montenapoleone, ai piani alti di un meraviglioso palazzo d’epoca al numero 27. Qui fino a pochi mesi fa aveva sede la Kreiamo spa, agenzia immobiliare da oltre un milione di euro di fatturato l’anno. Socio di maggioranza è Alfredo Iorio, figlio di quell’Achille Io-rio, morto nel 2008, e fino ad allora capogruppo di Forza Italia nel Consiglio comunale di Cesano Boscone, paese a sud della città. Prima di allora, lo stesso Achille Iorio, origini calabresi, avrebbe favorito il passaggio del denaro della ’Ndrangheta proprio nella Kreiamo. Nel 2006, infatti, i figli Andrea e Alfredo diventano soci della Io-rio Immobiliare. Questa l’ultima denominazione societaria, perché prima si chiamava Sa. Fran con amministratore unico Serafina Papalia, moglie di Salvatore Barbaro, imputato per associazione mafiosa nel processo Cerberus, e soprattutto figlia del superboss della ’Ndrangheta Rocco Papalia. Oggi la Iorio Immobiliare è diventata Kreiamo.L’inquietante intreccio societario emerge dalla carte dell’operazione “Parco sud” che ieri ha portato all’arresto di 15 persone, tra cui lo stesso Alfredo Io-rio e Andrea Madaffari, vicepresidente di Kreiamo. Nel decreto di fermo compare anche un perito del tribunale che per conto del clan Barbaro avrebbe favorito una compravendita immobiliare.
Affari e mafia, dunque. Un mix sedimentato nella zona a sud di Milano. “Qui – scrive il gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza – gli operatori economici del settore edilizio e movimento terra sanno che devono tenere presente certi equilibri, che ad alcune persone non si possono dare risposte negative”. E ancora: “Chi sbaglia a muoversi ne subisce le conseguenze e lo fa rigorosamente in silenzio”. Perché “la vittima tipo ha chiari sospetti, ma si guarda bene dall’esternare queste idee alle forze dell’ordine”. Ecco allora una prima disarmante conclusione: “Anche in alcune aree metropolitane della civilissima capitale lombarda è assai viva una presenza che fa ombra all’autorità dello Stato”. Una linea della durezza rilanciata ieri dalla dottoressa Ilda Boccassini, capo del nuovo Pool antimafia di Milano. “L’imprenditore che non denuncia – ha detto – si mette contro lo Stato”.
La posizione della Procura è giustificata dalle oltre ducento pagine di ordinanza dove si racconta di imprenditori minacciati che scelgono il silenzio. Decisiva, quella di Salvatore Sansone che il 28 luglio 2008 si ritrovò la sua agenzia immobiliare completamente bruciata. Sentito sul posto disse: “Sappiamo chi è stato, me lo aspettavo”. Ma alle successive domande dei carabinieri, scrive il gip, “tentò subito di minimizzare negando le precedenti dichiarazioni”.
C’è di più. Le intimidazioni della ’Ndrangheta arrivano fin dentro le aule di giustizia. Durante le pause delle udienze delprocesso Cerberus contro Salvatore Barbaro, più di una volta Antonio Perre, classe ’84, boss emergente, sfuggito ieri alla cattura, ha avvicinato i teste dell’accusa per costringerli a ritrattare. Fatto poi puntualmente avvenuto, come conferma il pm Alessandra Dolci, titolare dell’indagine.
Oltre ad Antonio Perre, detto “u cainu”, agli investigatori ieri è sfuggito un altro pezzo da novanta. Si tratta di Domenico Papalia, classe ’83, figlio del boss Antonio Papalia. “Imprendibile – dice la Dolci – non dorme più di tre giorni nella stessa casa, non usa cellulari e ci ha scoperto due microspie”. Lui, che recentemente si è sposato con una ragazza legata ai clan di San Luca, è il vero referente della ’Ndrangheta al nord. E come tale dispone di una forte rete di fiancheggiatori. Attualmente è residente in via Vivaldi a Buccinasco. Bazzicarci per più di una volta significa essere affiancati da due auto, seguiti, scrutati e accompagnati fuori dal paese. In questa zona la rete mafiosa della cosca Barbaro-Papalia è tanto forte da dare appoggio anche ai latitanti. E’ il caso di Paolo Sergi di Platì trovato l’8 giugno 2008 in un appartamento in via Caduti ad Assago. In un box della stessa via, circa un mese prima, sono state scoperte diverse armi tra cui kalashnikov, fucili a canne mozze e bombe a mano. Una vera santabarbara che la cosca, capeggiata da Salvatore Barbaro e Domenico Papalia, testava nei cantieri del movimento terra. A testimoniarlo alcune intercettazioni ambientali.

di Davide Milosa, «Il Fatto quotidiano», 4 novembre 2009

sabato 7 novembre 2009

Acqua privatizzata. I rischi di una scelta

Ci sono poche notizie sui giornali e nessuna in Tv sulla privatizzazione dell’acqua. Eppure proprio in questi giorni si decide del nostro futuro. Si sta discutendo infatti in Senato la nuova legge che esclude ogni gestione pubblica delle acque. Non si tratta di un dilemma solo nostro. Tanti Paesi del mondo si stanno chiedendo, su stampa e televisione, fino a che pun to sia lecito privatizzare un bene comune, di cui tutti dovreb bero disporre. Il fatto è che l’acqua è in procinto di diventare l’oro del futuro e c’è chi pensa di guadagnarci sopra. Da qui la fretta di alcune grandi multinazionali per accaparrar si i diritti di erogazione.
Ho già scritto sull’argomento. E c’è chi mi ha risposto sostenendo che le mie preoccupazioni sono esagerate perché la proprietà delle sorgenti e delle reti resterà comunque pubblica nonostante la cessione alle ditte private. Ma il diritto all’acqua si esplica solo se questa sgorga dal rubinetto e se è potabile. Il cittadino non va con il secchio al pozzo o alla sorgente o si mette in fila all’acquedotto. Il diritto all’acqua potabile si esercita solo attraverso la gestione e l’erogazione.
In quasi tutta Europa d’altronde la privatizzazione si è bloccata o addirittura, come succede in Francia, è in atto un processo di ripubblicizzazione. La Svizzera ha dichiarato l’acqua e le reti idriche monopolio di Stato, non suscettibile di privatizzazione. Il Belgio ha fatto una legge per cui tutti i rubinetti vengono gestiti da Spa «in house», ovvero il cui pacchetto azionario è tutto in mano ai Co muni. Gli Stati Uniti rifiutano di privatizzare la gestione delle reti idriche locali che restano salde in mano ai Municipi. In tutta l’America latina poi e in atto un grande laboratorio sui beni comuni. In Uruguay, Bolivia, Ecuador e ora in Cile i parlamenti cambiano addirittura le Costituzioni per affermare tali principi. Da ricordare che in Cile la privatizzazione è avvenuta appena Pinochet è andato al potere. Oggi il governo cileno sta tornando alla proprietà pubblica.
Ma perché preoccupa tanto la gestione privata delle acque? Il fatto è che quando un bene così importante passa nelle mani dei privati, la prima conseguenza è la diminuzio ne dei controlli, la seconda è che aumentano i prezzi (è successo a Latina dove la cessione alla multinazionale Veolia ha portato all’aumento delle tariffe del 300%) e spesso vi si infila pure la mano della criminalità organizzata (cosa accaduta in Sicilia e in Calabria).
La Lega che era contraria alla privatizzazione, da ultimo ha cambiato idea. Perché? Oggi firma una legge Fitto-Calderoli che propone addirittura di fare scendere al 30% la parte cipazione dei Comuni per le società di gestione già quotate in borsa. Ai senatori e al parlamentari chiediamo che riflettano prima di approvare una legge che arricchirà le grandi aziende private (quelle piu favorite oggi sono straniere) e impoverirà le nostre amministrazioni pubbliche.

di Dacia Maraini, «Corriere della Sera», 3 novembre 2009

La riforma del gattopardo


Ogni discussione seria sulla situazione dell'università (e quindi sul Ddl Gelmini) non può che partire da un accordo preliminare sulla funzione dell'istituzione accademica. Da un paio di secoli circa, qualsiasi università degna di questo nome si basa su un presupposto semplice: l'unico fine che la formazione superiore dovrebbe servire è la conoscenza in quanto tale. Da Kant e Wilhelm von Humboldt al cardinale Henry Newman, senza dimenticare Max Weber e Karl Jaspers.
L'idea classica di università, oggi visibilmente al tramonto, ruota intorno al principio della libertà di ricerca e ad alcuni corollari: che né il potere politico, né gli interessi privati possono interferire nella ricerca e nell'educazione degli studenti, che solo gli scienziati giudicano gli scienziati, e che l'università è responsabile davanti alla società del modo in cui usa la propria libertà.

Questo è lo spirito che si respira in una vera università. Dal ruolo che tradizionalmente gli studenti svolgono di opposizione sociale e politica (dal maggio '68 sino alla Teheran d'oggi) sino alle bizzarrie in tema di abbigliamento e stile di vita dei professori, la libertà accademica è il lusso che una società sviluppata e democratica lungimirante dovrebbe concedersi facilmente, riconoscendone le ricadute positive. Che si tratti di algoritmi o di scoperte, di interpretazioni giuridiche o letterarie, di nuove cure o nuove tecnologie, ciò che l'università produce liberamente torna in forma di valore aggiunto conoscitivo, civile e culturale alla società che l'ha reso possibile.

Il privilegio accademico ha naturalmente delle contropartite. I professori devono meritare la loro posizione, e ciò significa che solo la loro capacità e produttività (da accertare in base a ciò che fanno, secondo criteri di valutazione inevitabilmente convenzionali, ma applicati universalmente) giustifica la loro posizione; devono rendere conto alla collettività non di ciò che ricercano, ma dei soldi che spendono nella ricerca e, soprattutto, hanno il dovere di rendere pubblici e trasparenti i criteri e le procedure con cui cooptano o promuovono quelli che un giorno li sostituiranno.

In altri termini, l'università può essere libera solo se è responsabile. Su questo piano, spiace dirlo, non solo i governi di centrodestra e centrosinistra degli ultimi vent'anni si sono dimostrati disastrosi, ma il ceto accademico ha dato il suo efficace contributo al disastro. Farò un esempio di connivenza oggettiva. Anche i sassi sanno ormai che la riforma Berlinguer è fallita perché imposta dalle lobby accademiche che vi hanno trovato un meccanismo ideale per moltiplicare posti e poteri. Al di là delle proteste puramente verbali della Conferenza dei rettori per il taglio incessante dei fondi, tra i governi degli ultimi anni e i grandi gruppi di potere accademico c'è sempre stata una corrispondenza d'amorosi sensi.

Ma la connivenza tra baronati e ministri va oltre. Dopo la comparsa priva di tracce ed effetti di personaggi incompetenti come Moratti e Mussi, il ministro Gelmini - che probabilmente di questioni universitarie non mastica molto, ma deve avere dei consulenti che hanno obiettivi assai chiari - dà un'ulteriore sterzata dirigistica non solo imponendo a tutte le università la stessa struttura di governo, ma aumentando a dismisura il potere del rettore e conferendo la facoltà di eleggerlo ai "professori ordinari in servizio presso università italiane in possesso di comprovata competenza ed esperienza di gestione, anche a livello internazionale, nel settore universitario, della ricerca o delle istituzioni culturali" (art 2, comma 2, capo c). In altri termini, solo un ristretto gruppo di baroni eleggerà il rettore, e poiché di norma i rettori che contano sono medici e ingegneri, chiunque capisce quali sono i gruppi di interesse, accademici e non, coinvolti nella vera "governance" dell'università.

In base ai principi della libertà e della responsabilità esposti sopra, alcuni punti del Ddl sono del tutto inaccettabili, mentre altri, sulla carta, potrebbero essere discussi. Tra i primi c'è il quaranta per cento dei posti in Consiglio di amministrazione riservati ai "privati", senza alcun vincolo di finanziamento (con che diritto i privati contribuiscono alle decisioni in materia di vita accademica se non danno contributi?). E lo stesso vale per un'agenzia di valutazione dai contorni indefinibili, ma aperta ai privati e soggetta visibilmente all'imperio del ministro. E non parliamo delle norme in materia di reclutamento. Al di là dell'"abilitazione" nazionale dei futuri docenti, che riprende idee vecchie quanto il mondo e in fondo l'antica libera docenza, la composizione delle commissioni è ovviamente macchinosa, come sempre, e si basa su un principio, il sorteggio, che sostituisce in parte il mero caso alle vecchie spartizioni nazionali. Nei settori scientifico-disciplinari organizzati, e cioè quelli che hanno un potere reale, è facile prevedere che il sorteggio non cambierà di molto le cose.

Il principio della valutazione della ricerca individuale in linea di principio è sacrosanto e non si capisce perché incontra tante resistenze a sinistra (o meglio si capisce benissimo). Chi è vecchio del mestiere sa che l'università italiana si porta dietro, a ogni livello gerarchico, una sacca di docenti i quali, ammesso che abbiano fatto ricerca da giovani, a un certo punto smettono o vivacchiano, facendosi i fatti propri o interessandosi esclusivamente dei propri micropoteri. Che i contribuenti paghino lo stipendio a simili "professori" - e non sono pochi - i quali oltretutto occupano posti che potrebbero essere riservati ai giovani è una vergogna dell'università italiana. E io non trovo nulla di scandaloso nel fatto che siano previsti incentivi per i più meritevoli, quelli che lavorano di più e meglio. Semmai, ciò che è privo di senso è i che fondi per l'incentivazione siano gestiti dal ministro dell'Economia: questo significa soltanto che il ministro detterà alla comunità accademica criteri di valutazione che saranno tutto tranne che scientifici. Quanto al fatto che tali fondi deriveranno (a parole) dal gettito del famigerato scudo di Tremonti, l'equazione tra denari illeciti e finanziamento della scienza parla da sé.

Anche i ricercatori a tempo determinato in teoria potrebbero essere accettabili (se non altro per metterli alla prova ed evitare che uno entri all'università e il suo lavoro non sia valutato mai più). Ma poiché siamo in Italia e la "riforma" è a costo zero, appare evidente che i contratti a tempo determinato sono solo nuovo precariato, oltretutto senza alcuna indicazione sugli sbocchi futuri.

A me pare che il Disegno di legge Gelmini manipoli più o meno abilmente alcuni principi che sono diventati.nel bene e nel male senso comune dell'università (valutazione, merito, efficienza ecc.). Ma ho l'impressione che il suo obiettivo sia soprattutto rafforzare l'università italiana in senso verticistico, attribuendo tutto il potere all'alleanza tra rettori, gruppi baronali e attori esterni. In realtà, nel Disegno di legge il controllo su quello che davvero fanno i professori è del tutto aleatorio e fumoso, la valutazione è una chimera e la semplificazione delle strutture al servizio di un'organizzazione più dispotica di prima ma burocratica quanto in passato.

Se si tiene conto che i finanziamenti sono in costante diminuzione e che i difetti strutturali non sono scalfiti in nulla, il risultato del disegno di legge Gelmini sarà un'università culturalmente modesta, ancor meno competitiva sulla scena internazionale e assoggettata al potere politico. Insomma, una riforma roboante ma gattopardesca nello stile della destra italiana, affinché tutto sia come prima o magari peggio.
 
Alessandro Dal Lago, «il manifesto», 6 novembre 2009

Un silenzio colpevole

Il manifesto ha iniziato a riprendere la storia delle rotte dei veleni il 5 settembre 2009, in un reportage sulla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina. Questa zona a pochi chilometri da Roma, dove secondo alcuni collaboratori di giustizia i casalesi hanno interrato per anni rifiuti pericolosi, ha una vocazione agricola. È una sorta di giardino dove vengono coltivati ortaggi, frutta, uva da vino. Pochi mesi fa l'Arpa Lazio (Agenzia regionale per la protezione ambientale), ha scritto che la falda acquifera è contaminata. Bene, il sospetto era - ed è - che qui siano finiti una parte di fusti con rifiuti pericolosi trasportati alla fine degli anni '80 da alcune navi dei veleni.

Il ritrovamento, ieri, di un container sul fondo del mare toscano aggiunge un altro tassello alla nostra ricostruzione. E, qualora fosse appurato che si tratti di rifiuti tossici, sarebbe la dimostrazione di quello che stiamo cercando di dimostrare: il «caso» non si ferma al relitto di Cetraro e quella che stiamo riprendendo non è solo una storia del passato, ma uno scempio che continua ancora oggi.

Il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140 "grandi marche", ovvero dal gotha del sistema industriale italiano, come abbiamo raccontato e documentato nei giorni scorsi. E quella stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato vediamo all'opera le peggiori mafie - camorra e 'ndrangheta - si è poi allargata e specializzata nel corso degli ultimi anni. Ci sono almeno cinque questioni che aspettano una risposta.

Le cronache più recenti parlano di settori dell'Enea alleati con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto (inchiesta su discarica di Pomezia, 2009); abbiamo assistito alla gestione di immense discariche nel biutiful cauntri dei casalesi; abbiamo scritto di come società di grandi dimensioni bruciassero di tutto senza nessun controllo negli inceneritori. Sono pezzi della stessa storia, che prosegue dagli anni '80, da quando le navi italiane portavano in giro per il mondo gli scarti delle nostre industrie.

Per questo continueremo a parlare su queste pagine di navi dei veleni. Ci sono domande che da mesi aspettano una risposta dal governo. Tasselli di un unico disastro ancora avvolti da una fitta rete di reticenze politiche e istituzionali. Le elenchiamo, sperando che qualcuno un giorno riuscirà a sbrogliare la matassa e a dare qualche risposta. Eccole.

1) - Il 5 settembre abbiamo chiesto alla Protezione civile di sapere dove sono stati smaltiti i 10.500 fusti tossici riportati in Italia dalla nave Zanoobia nel maggio del 1988. La protezione civile fino ad ora non è stata in grado di rispondere. Chiediamo dunque al ministro dell'ambiente: il governo è in grado di spiegare come e dove sono stati smaltiti i rifiuti tossico-nocivi rientrati in Italia tra il 1988 e il 1989?

2) - Il ministro Carlo Giovanardi nel 2004 dichiarò in Parlamento: «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d'armi. (...) Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei». Quali sono questi paesi che sono stati coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti?

3) - Il 24 gennaio del 2006 l'allora sostituto procuratore della Repubblica di Paola Francesco Greco riferì davanti alla commissione bicamerale sui rifiuti che era stato individuato al largo di Cetraro un relitto della lunghezza di 126 metri circa. Dopo ulteriori informazioni acquisite dal Procuratore di Paola Bruno Giordano, l'assessore regionale della Calabria Silvio Greco ha scritto il 14 maggio 2009 al ministro dell'ambiente chiedendo un intervento per lo studio del relitto. Perché in questi quasi quattro anni il Ministero dell'ambiente non ha mai approfondito quanto comunicato dalla Procura di Paola fin dal gennaio 2006?

4) - Nella stessa seduta del gennaio 2006, il pubblico ministero Francesco Greco affermò che non era riuscito ad ottenere informazioni precise dalle Capitanerie di Porto sui relitti presenti al largo di Cetraro e che in alcuni casi era stato opposto il segreto militare. Risulta al ministro che esista un segreto di stato o militare sui relitti presenti sui fondali del mare della Calabria? E' stato mai apposto il segreto sulla vicenda delle navi dei veleni? E' vero che la Guardia Costiera non fornì le informazioni chieste dalla Procura di Paola, come sostiene il magistrato Francesco Greco?

5) - Nel maggio del 2007 un imprenditore di Fondi (Latina), Massimo Anastasio Di Fazio, poi arrestato con l'accusa di usura con modalità mafiose, annunciò di aver concluso un accordo con la Liberia per l'esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro. Secondo quanto riportato dal sito dell'emittente locale canale sette, all'accordo avrebbe partecipato anche l'ex sindaco Luigi Parisella. Oggi riportiamo poi la storia dei container buttati in mare da navi tedesche, solo quattro mesi fa. Risulta al ministro dell'ambiente che esistono oggi accordi per l'esportazione di rifiuti pericolosi da parte di aziende italiane verso l'Africa? Quali procedure di controllo dei nostri mari vengono attuate per bloccare lo scarico di rifiuti da parte di navi mercantili?
 
la redazione de «il manifesto», 5 novembre 2009