sabato 7 novembre 2009

Un silenzio colpevole

Il manifesto ha iniziato a riprendere la storia delle rotte dei veleni il 5 settembre 2009, in un reportage sulla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina. Questa zona a pochi chilometri da Roma, dove secondo alcuni collaboratori di giustizia i casalesi hanno interrato per anni rifiuti pericolosi, ha una vocazione agricola. È una sorta di giardino dove vengono coltivati ortaggi, frutta, uva da vino. Pochi mesi fa l'Arpa Lazio (Agenzia regionale per la protezione ambientale), ha scritto che la falda acquifera è contaminata. Bene, il sospetto era - ed è - che qui siano finiti una parte di fusti con rifiuti pericolosi trasportati alla fine degli anni '80 da alcune navi dei veleni.

Il ritrovamento, ieri, di un container sul fondo del mare toscano aggiunge un altro tassello alla nostra ricostruzione. E, qualora fosse appurato che si tratti di rifiuti tossici, sarebbe la dimostrazione di quello che stiamo cercando di dimostrare: il «caso» non si ferma al relitto di Cetraro e quella che stiamo riprendendo non è solo una storia del passato, ma uno scempio che continua ancora oggi.

Il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140 "grandi marche", ovvero dal gotha del sistema industriale italiano, come abbiamo raccontato e documentato nei giorni scorsi. E quella stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato vediamo all'opera le peggiori mafie - camorra e 'ndrangheta - si è poi allargata e specializzata nel corso degli ultimi anni. Ci sono almeno cinque questioni che aspettano una risposta.

Le cronache più recenti parlano di settori dell'Enea alleati con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto (inchiesta su discarica di Pomezia, 2009); abbiamo assistito alla gestione di immense discariche nel biutiful cauntri dei casalesi; abbiamo scritto di come società di grandi dimensioni bruciassero di tutto senza nessun controllo negli inceneritori. Sono pezzi della stessa storia, che prosegue dagli anni '80, da quando le navi italiane portavano in giro per il mondo gli scarti delle nostre industrie.

Per questo continueremo a parlare su queste pagine di navi dei veleni. Ci sono domande che da mesi aspettano una risposta dal governo. Tasselli di un unico disastro ancora avvolti da una fitta rete di reticenze politiche e istituzionali. Le elenchiamo, sperando che qualcuno un giorno riuscirà a sbrogliare la matassa e a dare qualche risposta. Eccole.

1) - Il 5 settembre abbiamo chiesto alla Protezione civile di sapere dove sono stati smaltiti i 10.500 fusti tossici riportati in Italia dalla nave Zanoobia nel maggio del 1988. La protezione civile fino ad ora non è stata in grado di rispondere. Chiediamo dunque al ministro dell'ambiente: il governo è in grado di spiegare come e dove sono stati smaltiti i rifiuti tossico-nocivi rientrati in Italia tra il 1988 e il 1989?

2) - Il ministro Carlo Giovanardi nel 2004 dichiarò in Parlamento: «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d'armi. (...) Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei». Quali sono questi paesi che sono stati coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti?

3) - Il 24 gennaio del 2006 l'allora sostituto procuratore della Repubblica di Paola Francesco Greco riferì davanti alla commissione bicamerale sui rifiuti che era stato individuato al largo di Cetraro un relitto della lunghezza di 126 metri circa. Dopo ulteriori informazioni acquisite dal Procuratore di Paola Bruno Giordano, l'assessore regionale della Calabria Silvio Greco ha scritto il 14 maggio 2009 al ministro dell'ambiente chiedendo un intervento per lo studio del relitto. Perché in questi quasi quattro anni il Ministero dell'ambiente non ha mai approfondito quanto comunicato dalla Procura di Paola fin dal gennaio 2006?

4) - Nella stessa seduta del gennaio 2006, il pubblico ministero Francesco Greco affermò che non era riuscito ad ottenere informazioni precise dalle Capitanerie di Porto sui relitti presenti al largo di Cetraro e che in alcuni casi era stato opposto il segreto militare. Risulta al ministro che esista un segreto di stato o militare sui relitti presenti sui fondali del mare della Calabria? E' stato mai apposto il segreto sulla vicenda delle navi dei veleni? E' vero che la Guardia Costiera non fornì le informazioni chieste dalla Procura di Paola, come sostiene il magistrato Francesco Greco?

5) - Nel maggio del 2007 un imprenditore di Fondi (Latina), Massimo Anastasio Di Fazio, poi arrestato con l'accusa di usura con modalità mafiose, annunciò di aver concluso un accordo con la Liberia per l'esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro. Secondo quanto riportato dal sito dell'emittente locale canale sette, all'accordo avrebbe partecipato anche l'ex sindaco Luigi Parisella. Oggi riportiamo poi la storia dei container buttati in mare da navi tedesche, solo quattro mesi fa. Risulta al ministro dell'ambiente che esistono oggi accordi per l'esportazione di rifiuti pericolosi da parte di aziende italiane verso l'Africa? Quali procedure di controllo dei nostri mari vengono attuate per bloccare lo scarico di rifiuti da parte di navi mercantili?
 
la redazione de «il manifesto», 5 novembre 2009

sabato 31 ottobre 2009

Un mare di pesce velenoso nella pattumiera del mondo

Risale al 27 ottobre scorso l’ultimo rapimento dei pirati somali, ai danni di uno yacht inglese. Una lista interminabile, che ci riguarda da vicino; i casi di rapimenti di italiani sono stati moltissimi, a incominciare dalla famosa Boucanier. Pirati, sì certo. Ma alcuni di questi gruppi rivendicano per sé il titolo di eroi nazionali. Per capirne di più dobbiamo ritornare al 20 marzo 1994, quando venne uccisa la giornalista della Rai Ilaria Alpi a Mogadiscio. Nonostante quanto assodato dalla commissione parlamentare di inchiesta in Italia, altre indagini indipendenti avrebbero dimostrato che la Alpi aveva scoperto il traffico europeo di rifiuti radioattivi in Somalia.

Quella che, all’epoca, suonava come un’ipotesi investigativa minoritaria, oggi sembra essere confermata dalla nostra esperienza recente; fatta di ecomafie che insozzano il pianeta, dall’Africa alla Calabria. Nel 2004, si avvalorano le ipotesi della Alpi. Uno tzunami sventra le spiagge somale e rivela i rifiuti radioattivi. Le Ong, i Verdi e i giornalisti si mettono all’opera. L’eurogruppo dei Verdi presenta al Parlamento di Strasburgo copie di contratti sottoscritti dalla italo-svizzera Archair Partners e dall’italiana Progresso. In quei documenti emerge come si prezzolasse il corrotto governo locale somalo, a suon di 80 milioni di dollari, per consentire lo sversamento illegale di 10 milioni di tonnellate di rifiuti tossici europei.

Il vaso di Pandora era stato scoperchiato; nel 2008, Al Jazeera pubblica le conclusioni di tecnici Onu dell’Unep (programma delle Nazioni unite per l’ambiente). L’esperto Ahmedou Ould-Abdallah dichiara pubblicamente che quelle che, nei primi anni Novanta, erano solo illazioni, ora sono ipotesi documentate dall’Onu. «In Somalia, aziende europee e asiatiche hanno sversato anche rifiuti nucleari». Nick Nuttal, dell’Unep, sottolinea come «le aziende europee trovino molto conveniente sbarazzarsi dell’immondizia in Somalia; con costi pari a 2,5 dollari a tonnellata, contro i circa mille dollari del marcato legale». Nei fondali africani si può trovare mercurio, uranio, cadmio, rifiuti chimici e farmaceutici, ospedalieri, industriali. I risparmi nello smaltimento dei rifiuti sono tali da rendere conveniente anche l’inabissamento di intere navi, come è emerso dal caso delle “navi dei veleni” in Calabria.

Nel 2005, infatti, il quotidiano inglese The Independent aveva intervistato il pirata somalo Segule Alì che dichiarava: «Non ci consideriamo banditi. Sono banditi quelli che hanno sversato e pescato illegalmente nelle nostre acque». Emergeva, infatti, anche un altro elemento. Dallo scoppio della guerra civile in poi, il governo non riesce a garantire il controllo delle acque territoriali. E alcune aziende europee giungono qui a pescare illegalmente; nello stesso mare dove abbandonano rifiuti radioattivi. La situazione è tale che, il 10 ottobre 2008, il Chicago Tribune pubblica un’intervista al professore Peter Lehr che conclude: «È una sorta di compensazione informale. I pirati ricavano 100 milioni di dollari l’anno dai rapimenti a danno di europei e asiatici. Questi ultimi si appropriano di 300 milioni di dollari in pesce proveniente dalla Somalia».

Ecco perché i pirati vengono percepiti come degli eroi nazionali che proteggono il territorio dalle soverchierie dei ricchi, a difesa delle comunità locali e contro un governo nazionale corrotto che tollera le incursioni piratesche del “mondo ricco”. L’anno scorso, infatti, l’Associated Press pubblicava un report dei giornalisti Mohammed Hassan e Elizabeth Kennedy che testimoniava il consenso dei pirati presso le comunità; perché è nel territorio che i pirati spendono i proventi delle loro scorrerie. Nel 2008, la Bbc e il quotidiano britannico Guardian partono con una serie martellante di inchieste: svelano come i pirati siano, infatti, in larga parte, ex pescatori impoveritisi a causa della pesca di frodo altrui.

Emergono le responsabilità di imprese europee di ogni Paese. Sembrerebbe che sia lo stesso governo, quello non riconosciuto della provincia separatista somala del Puntland, ad appoggiare i pirati per esercitare quella sovranità sulle coste che non attua, per convenienza, il governo di Mogadiscio. Quello che, oggi, si sta delineando con grande chiarezza è che il “Nord ricco del mondo” ha utilizzato i “Sud” come pattumiera. Le aziende europee, più brillantemente, hanno sversato in Africa. Quelle italiane, come raccontato in Gomorra di Saviano e secondo quanto viene a galla dalle inchieste iniziate dal compianto capitano Natale De Grazia, addirittura in Italia. Ma la lontananza non deve trarre in inganno. Un’altra zona vessata dalle discariche è il Vietnam: da dove proviene l’economico pesce pangasio, vero recente bestseller della grande distribuzione in Italia. Ma i conti, prima o poi, si pagano. Sempre.

di Alessio Postiglione, «Terra», 29 ottobre 2009

I disastri di Impregilo nel mondo

Ghiacciaio islandese del Vatnajökull; siamo alle pendici. L’altopiano del Kárahnjúkar, quasi inesplorato fino al 2000, ospita un canyon che potrebbe essere definito l’ottava meraviglia del mondo. Se il più famoso Grand Canyon d’America deve la sua maestosità al vestito rosso uniforme che gli conferisce la roccia del deserto dell’Arizona, il Kárahnjúkar ti lascia senza fiato per la sua sorprendente varietà di forme e colori. Provate ad immaginare scarpate di roccia lavica che variano dal rosso acceso al grigio scuro del basalto; provate ad immaginare il fianco della gola ora a strapiombo verticale, ora a gradini, ora a pilastri; la formazione rocciosa ora continua, ora fratturata; il corso del fiume che ora si mostra placido, ora regala una sequenze di cascate; sullo sfondo del cielo pulito ed imbronciato d’Islanda, il canyon solca l’altopiano ricoperto di una prateria nordica verdeggiante e di un tappeto di fiori primaverili.
Per completare il quadro, pensate questo luogo abitato da oche dalle zampe rosa, renne, volpi artiche, cigni trombettieri, gufi delle nevi. Infine, gustate la vista del posto dal vero sul sito www.inca.is/show.
Godetevi lo spettacolo finché siete in tempo, perché sta scomparendo a forza di cariche di dinamite e di un graduale allagamento. Sta prendendo il suo posto l’invaso di una centrale idroelettrica che altererà l’ecosistema di un territorio di 3000 kmq (quanto una media provincia italiana) per alimentare il più grande impianto di produzione di alluminio d’Europa, proprietà della multinazionale Alcoa.
Ovviamente, non sono finora valsi a fermare il progetto del governo né la forte resistenza dei cittadini islandesi che non ricevono ritorni di occupazione e sviluppo (la manodopera a basso costo è straniera), né la bocciatura dell’Agenzia nazionale per la Pianificazione del Territorio. Ostacoli tecnici si sono presentati invece nel 2007, quando l’Azienda nazionale per l’Energia ha cominciato le prove di riempimento dell’invaso e contemporaneamente si sono attivate manifestazioni sismiche e vulcaniche; perciò il livello del lago ad ottobre non arrivava neppure a sfiorare le condotte forzate, rendendo ancora inutilizzabile l’impianto, mentre a dicembre un simposio di geologi preannunciava un’intensa fase vulcanica.
Se volete, sul sito prima menzionato, potete esprimere il vostro dissenso a questo progetto, a cui si prevede di far seguire analoghi sbarramenti ai principali fiumi islandesi.
Realizza l’opera la multinazionale Impregilo, primo gruppo italiano di ingegneria e general contracting, attivo in tutti i continenti nei settori delle costruzioni, degli impianti e delle concessioni (dighe, autostrade, aeroporti, ferrovie, metropolitane, ospedali, trattamento acque e rifiuti).
Un’altra opera compiuta negli ultimi anni da Impregilo è il Tunnel di 5 km scavato sotto l’Alto de Boqueron in Colombia, destinato a ridurre di soli 22 km la distanza tra la capitale Medellin e Santa Fé. L’opera ha causato un forte indebitamento estero delle autorità pubbliche e la chiusura dei programmi innovativi a favore delle categorie di cittadini più disagiate (indigenti, bambini di strada, ecc.) a cui peraltro non offre occupazione. Anzi, la popolazione rurale confinante con l’infrastruttura, in qualità di presunta beneficiaria, ha subito prima una tassazione aggiuntiva, poi l’evacuazione. Infatti le attività di scavo e sbancamento hanno prodotto frane di colline, crolli di abitazioni, disboscamenti e mutazione del regime delle acque. I tecnici dell’Università di Medellin ne attribuiscono le cause alle modalità di lavoro adottate. Il progetto non sembra accompagnato da adeguati studi geologici, valutazioni d’impatto e stime di costo corrette. Le cave dei materiali e le discariche di inerti sono state ubicate tenendo conto della convenienza e della comodità delle ditte subappaltanti, non di criteri di stabilità dei versanti e di pianificazione del territorio.
A leggere la ricostruzione della vicenda (fatta in 36 pagine da Antonio Mazzeo, italiano impegnato nella cooperazione internazionale), si delinea un quadro tanto inquietante quanto circostanziato e documentato e si comprende come la realizzazione del tunnel alimenti la voracità della borghesia e dei politici locali, gli interessi stranieri e le condizioni di povertà su cui alligna la criminalità colombiana, autrice di massacri e sparizioni.
Con copioni simili, di pessima responsabilità socio-ambientale, Impregilo figura nella realizzazione di grandi progetti, spesso sovradimensionati, sostenuti dalla Banca Mondiale e dalla finanza internazionale, che indebitano il Sud del Mondo e lo condannano al sottosviluppo. Le dighe realizzate in Guatemala, Nigeria, Turchia, Nepal, Lesotho, Argentina hanno destato scandalo per la cattiva progettazione o per lo sfruttamento intensivo della manodopera, l’assenza di condizioni di sicurezza, le devastazioni ambientali, i fenomeni di corruzione internazionale. In particolare, la diga di Chixoy in Guatemala, definita dalla “Campagna per la Riforma della Banca Mondiale” un debito ecologico dell’Italia nei confronti del paese centro-americano, servì a garantire vantaggi economici agli USA e a rafforzare il governo militare guatemalteco che non esitò a reprimere la protesta degli indigeni con il sangue di 400 persone.
Anche in Italia l’Impregilo si è specializzata nell’aggiudicarsi opere faraoniche dalle ricadute assai controverse sui beni economici, ambientali e culturali, come: il ‘Mose’ di Venezia, il Ponte sullo Stretto, il parcheggio sotterraneo del Gianicolo, il progetto di trasformazione urbanistica del porto e del centro storico di Sorrento, gli impianti di trattamento di rifiuti in Campania.
In questa regione, il Commissariato di Governo consentì alla FIBE-Impregilo la scelta dell’ubicazione dell’impianto di termodistruzione di Acerra, in base a criteri di propria convenienza, e consentì l’adozione di una tecnologia obsoleta per lo stesso, in deroga alle competenze di pianificazione territoriale e di valutazione ambientale proprie dell’ente pubblico. Inoltre gli impianti di produzione di CDR, in violazione dei requisiti contrattuali, si limitano a separare i rifiuti in due flussi identici e ad imballarli. Per questo motivo si ha una fame di siti di stoccaggio a tempo indeterminato per ecoballe inidonee ad essere bruciate ed una fame di discariche per la frazione organica non correttamente trattata. La cattiva individuazione e gestione di tali siti e discariche, da parte del Commissariato, genera di frequente il sequestro dei siti stessi da parte della magistratura e la contestazione dei cittadini, alimentando l’emergenza per i rifiuti che si accumulano nelle strade.
Secondo i magistrati partenopei, che hanno disposto il sequestro di 750 milioni di euro delle aziende controllate da Impregilo, “…il comportamento delle società non appariva lineare in quanto, pur essendo consapevoli fin dall'inizio che lo smaltimento dei rifiuti non avrebbe potuto funzionare, hanno fatto di tutto per dissimulare tale situazione…”.
In conclusione è importante evidenziare che convergono nella multinazionale Impregilo gli interessi di imprese centrali dell’economia italiana; il gruppo FIAT, importanti società di costruzioni, gestori di autostrade e di trafori, gruppi bancari e assicurativi tra i più noti figurano nel tempo come azionisti della società e ai vertici della stessa inseriscono propri dirigenti (come i fratelli Romiti). Sul gruppo potrebbero lanciare un’offerta d’acquisto nei prossimi mesi Benetton, la finanziaria Gavio e l’immobiliare Ligresti, riunite nella società Igli.


Di Andrea Saccardo, «Bollettino delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia», dicembre-febbraio 2008

Per riferimenti e approfondimenti:
http://www.inca.is/show/; http://www.percorsietnici.net; www.impregilo.it; http://terrelibere.org/index.php?x=completa&riga=35 ;
http://www.90est.it/karahnjukar.html; http://www.90est.it/bomben.html; http://www.islanda.it/modules.php?name=News&file=print&sid=686;
http://www.savingiceland.org/
http://www.panagea.eu/web/index.php?option=com_content&task=view&id=86&Itemid=2>%20&task=view&id=86&Itemid=2
http://archivio.carta.org/rivista/settimanale/2003/39/39Fulignoli.htm;
http://www.pmli.it/milleaffariitaliamondogruppoimpregilo.htm;
http://www.verdinrete.it/sorrento/impregil.htm.

Radiografia di una truffa

STORIA di presidenti e commissari, di banche e balle, di eroi e guastatori. La spazzaturaè sparita dalle strade, il termovalorizzatore ha aperto i battenti e lo Stato è tornato. Tutti contenti. Ma il conflitto sorto intorno alla Procura e ai processi ancora in corso ricorda che c' è ancora un nodo da sciogliere. Riguarda la vecchia dirigenza Impregiloe non gli eroi cantati da Berlusconi ad Acerra, ma vede ancora la nascita del termovalorizzatore sotto giudizio. È una storia che inizia undici anni fa. È il 1998: la Regione guidata all' epoca dal centrodestra di Antonio Rastrelli lavora a un nuovo ciclo di smaltimento rifiuti. A giugno partono il bando e i capitolati d' appalto. E, come sostiene l' ormai celebre perizia del professor Paolo Rabitti, cha fa da cicerone all' intera inchiesta successiva, è da lì che iniziano i guai. Il bando avrebbe dovuto seguire una precedente ordinanza emanata dall' allora ministro dell' Interno Giorgio Napolitano. Vi si chiedeva in sostanza di prevedere una raccolta differenziata al 35 per cento, il trattamento dei rifiuti al netto di questo 35 per cento, il riconoscimento degli incentivi Cip6 fino a un massimo del 50 per cento dell' intera produzione di rifiuto in regione. Un insieme di prescrizioni che aveva proprio l' obiettivo di proteggere la differenziata dal rischio che prevalesse invece l' interesse a far più soldo possibile con la maggior quantità possibile di materiale bruciato. Ma la storia prende subito un' altra piega. Già il bando prevede impianti sovradimensionati rispetto a quel tetto del 50 per cento, non vengono chiesti requisiti per gli impianti di Cdr, il punteggio è tarato in modo da premiare l' offerta economica rispetto alla qualità tecnica del progetto. È la famosa pagella passata alle cronache anche del Parlamento. È in sede di commissione d' inchiesta infatti che il consulente Umberto Arena, quello di cui Antonio Bassolino negò a "Report" di aver mai saputo «chi c....» fosse, a riferire di come al progetto Fisia (l' allora società del gruppo Impregilo che partecipò a una gara dalla quale doveva essere esclusa subito per irregolarità) fosse stato assegnato un voto tecnico di soli 4.2 punti. Una bocciatura, compensata però dalla valutazione assai più consistente sui costi previsti, 83 lire al chilo, e sui tempi di realizzazione, 300 giorni. Pesarono soprattutto i costi: il raggruppamento concorrente, guidato dalla Foster Wheeler,e di cui faceva parte anche l' Enel, proponeva ben 110 lire al chilo. La valutazione tecnica di Rabitti dirà poi che quelle 83 lire al chilo potevano essere offerte solo sapendo che si sarebbe bruciato assai più materiale del lecito. Qui Rabitti scopre l' atto che fa da architrave a tutte le modificazioni successive della filosofia del piano. Succede infatti che il 12 ottobre 1998 l' allora ministro Edo Ronchi già contesti a Rastrelli le incoerenze del bando. Ma il giorno dopo Rastrelli riceve una lettera dell' Abi: le banche che devono finanziare il progetto fanno sapere che con quel tasso di differenziatai guadagni non sarebbero sufficienti agli impianti e dunque suggerisce di far pagare comunque ai Comuni l' intera spazzatura prodotta, non solo quella conferita ai termovalorizzatori: significa spingere i Comuni a non spendere altri soldi in differenziata. Le banche chiedono anche di eliminare un' altra norma prospettata da Napolitano: il Cdr prodotto nelle more della costruzione dell' impianto non va smaltito altrove, ma stoccato in regione fino a sua utilizzazione nell' impianto stesso. È un' altra mossa dal chiaro sapore industriale, che consente in futuro di godere del Cip6 anche sull' energia prodotta con quel materiale. Materiale che poi aumenterà nel tempo. Vuoi per gli impedimenti alla costruzione dell' impianto, ma anche, come dice ancora Rabitti, perché nel frattempo anche i Cdr proposti sono inadatti e producono più materiale da mandare al forno e meno compost e fos. Sta di fatto che a ottobre Rastrelli dice alle banche che se ne parlerà poi, ma a dicembre viene sollevato dal «ribaltone». Si insedia un centrosinistra guidato da Andrea Losco. Come Rastrelli, anche lui verrà nominato commissario e porterà in porto il progetto Fisia, assegnando la gara nel marzo del 2000. Salvo poi lasciare a giugno la firma al neopresidente Antonio Bassolino. Fin qui la ricostruzione storicotecnica del disastro. Con l' assunto che i 6 milioni di ecoballe che hanno invaso la Campaniae le ricorrenti crisi di spazzatura per strada siano il frutto di un errore di impostazione: l' aver sacrificato la differenziata a favore della sostenibilità economica del ciclo industriale del termovalorizzatore e, probabilmente, anche della camorra che a sua volta ha lucrato in questi anni sul terreno a lei preferito, il trasporto in siti e discariche del materiale che si andava accumulando. Se poi tutto questo abbia costituito un progetto doloso per favorire sin dall' inizio gli interessi degli «eroi» di Impregilo, questo è appunto l' oggetto del processo in corso.
Di ROBERTO FUCCILLO, «la Repubblica», 1 aprile 2009

sabato 24 ottobre 2009

La terra in svendita

Niente carri armati. Zero aerei, soldati e cannoni. Il neo-colonialismo del terzo millennio (copyright della Fao) va alla conquista di nuove terre da sfruttare a bordo di comodi trattori. Spargere sangue per annettersi un pezzo d´Africa, Asia o Sudamerica non serve più. Oggi - per alzarci la propria bandiera - c´è un metodo molto più semplice: comprarselo. Il Terzo mondo, messo in ginocchio dai dazi agricoli e dai capricci dei prezzi delle materie prime, si è messo in vendita. E i paesi più ricchi (ma non solo) - consci che tra pochi anni terra e acqua saranno risorse più preziose del petrolio - fanno già la fila per accaparrarsi le nazioni in saldo.
Questo risiko sulla pelle delle aree più povere del pianeta è aperto a tutti. Si muovono governi, grandi aziende, fondi sovrani, persino i privati. Philippe Heilberg, ex banchiere a Wall Street e oggi numero uno della Jarch Capital (società dietro cui ci sono molti ex-uomini della Cia e del dipartimento di Stato Usa), si è regalato due settimane fa 400mila ettari di campi fertili in Sudan lungo le sponde del Nilo.
Una maxi-fattoria grande come tutto il Dubai. Venditore: Gabriel Matip, figlio di Paulino, il signore della guerra che da anni controlla in punta di fucile queste zone. Il Madagascar ha "affittato" alla Daewoo per 99 anni 1,3 milioni di ettari, una superficie superiore a quella del Belgio e pari al 50% della terra arabile malgascia. Qui i trattori dei sudcoreani coltiveranno mais e olio di palma da destinare ai consumi interni di Seul. «L´intesa è solo all´apparenza commerciale - commenta Carl Atkins di Bidwell Agribusiness, società di consulenza che si occupa di questo tipo di transazioni - In realtà è sponsorizzata dal governo della Corea del sud nel nome degli interessi strategici nazionali di sicurezza alimentare».
«Siamo di fronte a un fenomeno che non possiamo non catalogare alla voce del neo-colonialismo», ha lanciato l´allarme il numero uno della Fao Jacques Diouf pensando al 70% dei cittadini del Madagascar che vivono al di sotto della soglia della povertà. Ma fermare il vento con le dita è impossibile. La Cina - paese dove l´acqua (scarsissima) vale già come oro - ha messo le mani avanti dal 2007 comprando a suon di renminbi centinaia di migliaia di ettari nelle Filippine, in Sudan e Kazakhstan. La Libia ha barattato uno po´ di barili del suo greggio per aggiudicarsi i diritti su un pezzo di Ucraina. Quindici investitori sauditi hanno puntato 4 miliardi di dollari per sviluppare 500mila ettari in Indonesia. Obiettivo: piantare riso Basmati da riesportare poi in Arabia.
Il problema della Fao e delle organizzazioni non governative - allarmate per le drammatiche conseguenze sui milioni di persone che oggi campano coltivando queste terre - è che le vittime del neo-capitalismo, affamate di capitali e investimenti, sono le prime a mettere la testa sotto la ghigliottina. La Cambogia, ingolosita dalle intese indonesiane, ha messo in vendita pezzi enormi del paese. «Vogliamo incassare 3 miliardi - ha detto orgoglioso Suos Yara, sottosegretario alla cooperazione economica di Phnom Penh - Abbiamo contatti avanzati con Kuwait e Qatar». Che dalla sabbia dei loro deserti riescono a cavare solo petrolio. Stessa musica in Etiopia: «L´asta per i nostri campi è aperta, ci servono tecnologie e soldi», ha annunciato il primo ministro di Addis Abeba Meles Zenawi.
Ad accelerare questo suk, che sta ridisegnando la mappa del mondo senza sparare una sola pallottola, è stata la bolla speculativa sui prezzi delle materie prime alimentari del 2008. Il problema, dicono i sociologi, è semplice. La popolazione del mondo cresce a ritmi vertiginosi mentre le superfici coltivabili sono più o meno sempre le stesse. Nel 1960 ogni essere umano aveva a disposizione 4.300 metri quadri del pianeta per il suo sostentamento alimentare. Oggi siamo scesi a 2.200 e nel 2030 il nostro "spazio vitale" sarà di soli 1.800 mq. Altro che dipendenza dal greggio: «Allargare la terra a disposizione dei propri cittadini sta diventando sempre più una priorità strategica per i governi che sanno guardare più lontano», dice Atkins. Quelli che non sono capaci (o non possono permettersi di farlo) invece vendono.
Le cose tra l´altro, dicono gli esperti, rischiano solo di peggiorare. «La prossima emergenza si chiama acqua - sostiene Chiara Tonelli, docente di genetica all´università degli studi di Milano e consulente dell´advisory group sull´alimentazione della Ue - Il 70% delle risorse idriche viene utilizzato oggi per l´agricoltura e il cambio delle abitudini mondiali dalla dieta vegetale alla carne (per produrre un chilo di riso ci vogliono mille litri d´acqua, per un chilo di carne 45mila) aggraverà questo problema. Ragion per cui chi può va a comprarsi e consumare l´acqua degli altri». La Cina è l´esempio più lampante: a Pechino non manca certo la superficie arabile. Ma la cronica indisponibilità di sorgenti e fiumi ha convinto il governo da qualche anno ad adottare una certosina politica di acquisizioni di terra all´estero (da Cuba al Messico, dall´Australia all´Uganda fino alla Russia e alla Tanzania) che ha consentito di alzare la bandiera rossa su quasi 3 milioni di ettari in giro per il mondo.
Il problema è chiaro (e antico): i paesi più potenti e ricchi si riempiranno in futuro la pancia a spese di quelli più poveri. Offrendo in cambio poco più di un piatto di lenticchie. Ma cosa si può fare per arginare questo fenomeno? La Fao, alle prese con un miliardo di persone che soffrono di fame (un numero che cresce invece di diminuire), ha proposto di avviare un piano di aiuti d´emergenza all´agricoltura delle nazioni più arretrate per non costringerle ad appendere il cartello "Vendesi" sulle proprie terre. Peccato che in piena crisi finanziaria i big del G-8 non trovino i soldi nemmeno per rimediare alle voragini aperte dalla loro finanza creativa.
La scienza ha la sua ricetta: se le terre non si possono allargare, spiegano pragmaticamente nelle università, si può provare a farle rendere di più. «Oggi il 30% della produzione agricola è perso per stress come malattie e mancanza d´acqua - spiega Tonelli - Una cifra enorme. Basterebbe riuscire a rendere le piante più resistenti alla siccità o recuperare alla coltivazione i terreni marginali per disincentivare la convenienza economica allo shopping di terre all´estero». Una risposta di mercato forse più efficace degli appelli della Fao. Le conoscenze scientifiche per arrivare a questi risultati tra l´altro, grazie al sequenziamento dei genomi, ci sono già. Ma le resistenze alle modifiche genetiche, il crollo dei fondi per la ricerca e le lungaggini dei processi d´approvazione non autorizzano a sperare in una rapida soluzione scientifica alle esigenze alimentari del mondo.
La via dunque è stretta ed è in questo crinale sottile che si tuffano tutti, dai governi ai bucanieri della finanza come Heilberg. «Agricoltura? Io non ne capisco niente - ha ammesso il numero uno della Jarch, ex manager della disastrata compagnia assicurativa Aig, dopo lo shopping in Sudan - So solo che questa è terra fertile in una zona instabile. E quando la situazione sarà tranquilla, con la richiesta di asset come questi che c´è in giro per il mondo, noi faremo grandi affari». Nessun rimorso per aver negoziato con un signore della guerra. «So che Paulino ha ucciso molta gente - ha confessato al Financial Times - ma l´ha fatto per difendere il suo popolo».
Pecunia non olet, il denaro non ha odore. «Io ho tutti i giorni sotto il naso la mappa del mondo per andare a di nuove occasioni - conclude Heilberg - E sto già guardando al Darfur». Il neo-colonialismo - un´arte raffinata - riesce ormai persino a far combattere le sue guerre dagli eserciti altrui.

di Ettore Livini, «la Repubblica», 31 gennaio 2009

Dambisa Moyo denuncia: Gli aiuti salvano i dittatori e condannano l'Africa

«Gli aiuti occidentali all' Africa hanno avuto il solo effetto di trasformare una terra già povera in una ancora più povera. Oggi il 50% degli africani vive con meno di un dollaro al giorno, vent' anni fa la percentuale era la metà». Dambisa Moyo, 40 anni, nata e cresciuta a Lusaka, capitale dello Zambia, potrebbe essere la personificazione del riscatto di un continente: laureata in scienze politiche ad Harvard, PhD in finanza ad Oxford, economista prima alla Banca Mondiale e poi alla Goldman Sachs, è stata inserita dalla rivista Time (edizione dell' 11 maggio) fra le cento most influential people del mondo a fianco di Barack Obama e Paul Krugman. È venuta a Torino invitata dalla Scuola di formazione dell' Onu a tenere una conferenza sulla leadership. Assertiva, sicura di sé, applaudita e rispettata. E invece trasuda amarezza: «In Zambia non potrei tornare. Ci vado quattro volte l' anno, ho lì i miei genitori e tutta la famiglia, ma che lavoro andrei a fare?» E tutto questo, sostiene, è dovuto alla cornucopia di elemosine con cui il mondo industrializzato tiene al laccio l' Africa. Ora ha scritto un libro, Dead Aid, che rovescia le posizioni del Live Aid: sostiene che gli aiuti fanno più male che bene all' Africa. Infatti l' anno chiamata l' antiBono. Ma che male fanno tutti questi artisti che raccolgono fondi per l' Africa? In fondo sono soldi, e con i soldi si costruiscono scuole, ospedali, infrastrutture... «Guardi, tutte queste celebrities, Bono, Bob Geldorf, Angelina Jolie, Madonna, intanto si fanno una gran pubblicità a spese dell' Africa. Poi hanno la pretesa di parlare a nome dei paesi africani nelle sedi internazionali, quando ognuno di questi paesi ha un suo governo che dovrebbe essere legittimato ad esprimere le istanze del paese che rappresenta. Ancora, fanno filtrare un messaggio eternamente negativo: l' Africa è secondo loro solo un continente di guerre, malattie, sciagure di ogni tipo. Ora, non dico che la situazione è l' opposto, figuriamoci, ma qualcosa di positivo accade pure. Infine, ed è il vero nodo, anche i fondi da loro raccolti finiscono in quel gran calderone di aiuti che è la vera sciagura dell' Africa». Ecco il punto centrale: gli aiuti fanno male. Ma non è una contraddizione in termini? «Le rispondo con un fatto. Negli ultimi 60 anni sono stati erogati sussidi per oltre mille miliardi di dollari. Le sembra che questi siano serviti a migliorare le condizioni di vita del continente? La situazione non solo è peggiorata ma è affondata oltre ogni ragionevole limite. E questo è tanto più irritante se si pensa che il 60% degli africani, che sono più di un miliardo di persone, ha meno di 24 anni. È una gioventù immensa, che sarebbe piena di entusiasmi, di voglia di fare, di attivismo. E invece è calata in una realtà avvilente che non riesce ad uscire dal baratro». Qual è il meccanismo per cui gli aiuti si trasformano in un danno? «Il primo e più conosciuto è che finiscono nelle tasche di dittatori spregiudicati e sanguinari anziché essere distribuiti alla popolazione. Il solo Mobutu, presidente dello Zaire dal 1965 al 1997, ha rubato almeno 5 miliardi di dollari al suo paese. Ma gli esempi sono un' infinità. Per restare a quelli più vicini a noi, il mese scorso il presidente del Malawi, Bakili Muluzi, è stato accusato di aver intascato 12 milioni di dollari di aiuti. E l' ex presidente del mio paese, lo Zambia, Frederick Chiluba, che è stato un prediletto dall' occidente per tutti gli anni della sua reggenza dal 1991 al 2001, è tuttora coinvolto in un caso giudiziario sotto l' accusa di aver sottratto milioni di dollari alle strutture sanitarie ed educative cui erano destinati. E vogliamo parlare di Mugabe dello Zimbabwe, o di tanti altri dittatorelli sparsi in tutto il continente? Almeno per Mugabe gli aiuti sono congelati, ma per tutti gli altri continuano a fluire assolutamente senza controllo. Sono soldi dei contribuenti europei o americani: come diceva l' economista ungherese Peter Bauer significa sottrarli dalle tasche dei poveri nei paesi ricchi per infilarli in quelle dei ricchi nei paesi poveri». La sua accusa però va ben oltre... «Anche astraendoci da questi casi perversi, gli aiuti determinano tutto un meccanismo che chiamerei di welfare. Ecco, l' Africa è un continente sotto un regime di welfare. I governi sono demotivati dall' assumere iniziative di vero sviluppo, di vera crescita del tessuto industriale, agricolo e dei servizi, perché sanno che comunque verranno rifinanziati presto dal generoso occidente. Pensano piuttosto a creare intanto degli eserciti forti perché fanno sempre comodo a chi è al potere, e poi delle strutture burocratiche ameboidi che hanno il solo scopo di conservare lo status quo, perché la condizione attuale è quella che più conviene: restare sottosviluppati perché così arriveranno presto altri aiuti, e poi altri e poi altri. I governanti perdono tutto il loro tempo a corteggiare i potenziali donatori, disinteressandosi delle vicende interne. È un circuito diabolico di assistenzialismo che toglie dignità, non serve alla crescita e occorre assolutamente spezzare». Ma come? Lei contempla nel suo libro l' ipotesi di congelare per cinque anni tutti gli aiuti... «Sì, ma probabilmente sarebbe più realistico intraprendere un preciso scadenzario, e fissare paese per paese un giorno, cominciando ovviamente dai meno poveri, in cui gli aiuti cessano. Pensi all' India: nel 2004 il governo chiese all' occidente di smettere di inviare aiuti. Da quel momento il paese si è trasformato in uno dei più straordinari esempi di sviluppo del pianeta». Però non potrà negare che con gli aiuti si è riusciti a portare a scuola tanti bambini, e drammatiche malattie sono state sconfitte... «Ma infatti ci sono dei casi umanitari e di vere emergenze in cui gli aiuti servono, come d' altronde in tutto il mondo. Ma questi sono una minima parte della valanga di flussi di denaro che investono l' Africa senza costituire una piattaforma di sviluppo sostenibile di lungo termine. Io accuso soprattutto gli aiuti diretti da governo a governo. È diventato un immenso business dove ci guadagnano tutti tranne l' Africa: le "benemerite" fondazioni americane, le multinazionali alimentari, le organizzazioni non governative». Anche le ONG? «Lo sa quanto dei fondi stanziati da queste organizzazioni finiscono realmente alle popolazione africane? Il 20%. Per non parlare dei meccanismi degli aiuti agroalimentari: i sussidi non vanno direttamente al paese ma alle multinazionali. Le quali con essi si pagano dei raccolti cresciuti in America e poi inviati via cargo in Africa. Ma non sarebbe più logico e infinitamente meno dispendioso sovvenzionare gli agricoltori africani perché crescano in loco frutta e cereali? E i meccanismi della politica agricola europea sono appena in parte diversi. Questo anziché benessere diffonde tensioni, rende i paesi vulnerabili sia sotto il profilo economico che della sicurezza: dall' inizio dell' anno ci sono stati già quattro colpi di stato, in Guinea, GuineaBissau, Mauritania e Madagascar». Insomma, quali suggerimenti darebbe a chi vuole genuinamente aiutare, non sussidiare, l' Africa? «C' è bisogno di investimenti veri, che alimentino attività produttive in loco e correnti di scambio paritarie. È quello che ha cominciato a fare la Cina, probabilmente perché avulsa da qualsiasi passato coloniale. Ci sono per esempio già quindici Borse valori in Africa, e lì dovrebbe intervenire l' occidente, nell' incentivare la nascita di nuovi mercati, non solo delle azioni ma delle obbligazioni. Poi andrebbero studiate e delle lineeguida per rendere attrattivi agli investimenti produttivi in queste terre, e se del caso finanziarli con tecniche di microfinance tipo quella della Gremeen Bank del Bangladesh. Oggi nella media dei paesi per intraprendere un' attività ci vogliono due anni e decine di permessi. In America, i giorni sono 40. Ecco, qui e in tanti altri casi si deve lavorare insieme. Altro che aiuti a pioggia». Dambisa Moyo, economista formatasi ad Harvard e Oxford, vive fra Londra, dove ha lavorato per otto anni fino allo scorso autunno nel dipartimento debt capital markets della Goldman Sachs, e New York dove fa parte del consiglio della Lundin for Africa Foundation, che sta investendo 100 milioni di dollari in iniziative di "microfinanza" in Africa, viste come primo passo per poi convogliare investimenti maggiori e di buon valore aggiunto. Fra i suoi studi, le ricerche sulle valute africane, e sui criteri per evitare un indebitamento troppo pesante in monete occidentali che espone questi paesi alle turbolenze dei mercati valutari oltre a favorire l' inflazione interna.

di EUGENIO OCCORSIO, «la Repubblica Affari&Finanza» 18 maggio 2009

Summit privato Berlusconi - Putin per parlare di energia

La festa, che durerà tre giorni, trascorre nella favolosa residenza - le gambe delle sedie e i grifi sono d'oro -, sulla riva del lago Valdai, nei boschi a sud di San Pietroburgo. Nemmeno la visita reale della bella Rania di Giordania a Roma è riuscita a convincere Sivlio Berlusconi a cambiare il suo programma. Il primo ministro italiano è da martedì col suo omologo e amico Vladimir Putin in Russia.
Si tratta di una visita "segreta e privatissima", nella quale si berrà vodka e si parlerà di politica, affari e altre cose. In teoria, i due capi di governo si incontrano nella residenza sul lago Valdai per festeggiare i 57 anni del primo ministro russo (anche se li ha compiuti il 7 ottobre). M il tema centrale dell'incontro è l'energia, e più in cocnreto il gasdotto South Sream, la "joint venture" costituita dall'azienda petrolifera russa Gazprom e dall'italiana Eni. Un'alleanza che irrita gli stati uniti e preoccupa Bruxelles.
Ieri l'opposizione al governo Berlusconi ha qualificato la visita come " indegna di un paese democratico". "In che paese del mondo- si chiede Francesco Rutelli - può succedere che un primo ministro intraprenda un viaggio segreto per vedere il leader di uno dei paesi più importanti?". L'ex comunista Massimo D'Alema aggiunge ironico: "Berlusconi viaggia in Russia più dei vecchi vertici del PCI".
La certezza è che l'amicizia fra Putin e Berlusconi è solida. I rappresentanti dei due paesi Europei dove le mafie sono più potenti pattuirono nel 2003; durante una visita di Putin a villa Certosa, che l'Eni si sarebbe associata a Gazprom per sviluppare il progetto South Stream, un nuovo gasdotto che arriverà alla Bulgaria dal mar Nero russo.
Insieme a Veronica Lario, fra spaghetti e canzoni del celebre Mariano Apicella, Putin e Berlusconi si accordarono nel prolungare dal 2017 al 2017 la compravendita di gas (3000 milioni di metri cubi di metano) e decisero che questo sarebbe arrivato in Italia tramite una terza impresa.
La soluzione la diede un vecchio amico di Berlusconi, Bruno Mentasti Granelli, ex socio in Tele+ e capo presidente dell'acqua minerale San Pellegrino. Dopo aver venduto la compagnia dell'acqua Mentasti creò la società Central Energy Italia e diventò l'uomo di fiducia di Berlusconi e di Gazprom. Come ha pubblicato Il Sole 24 Ore, Central Energy è in realtà controllata "da soggetti russi, di cui molti legati a Gazprom".
South Stream si dividerà in due rami: uno arriverà a Brindisi (Puglia) attraverso la Grecia e il canale di Otranto, con una deviazione verso l'Albania; l'altro attraverserà la Macedonia, la Serbia e l'Ungheria e arriverà fino a Vienna. Lasciano fuori la Romania, che ora cerca disperatamente di unirsi al progetto.
Le paure degli Stati Uniti riguardo South Stream sono enormi. Nella sua prima intervista convessa a un media italiano, il nuovo ambasciatore statunitense a Roma, David Thorne, mostrò la sua preoccupazione per "l'eccessiva dipendenza energetica" italiana.

La stessa Gazprom ha calcolato che quando i due gasdotti saranno in funzione, la dipendenza energetica europea dalla Russia supererà il 33%.
L'esperto dell'università di Harvard Marshall Goldman ha avvertito che "tutti gli stati europei che si approvigioneranno di gas dai gasdotti russi saranno alla mercè della volontà del Cremlino".
Washington teme poi che South Stream inizierà a strangolare il gasdotto Nabucco, che conta il suo appoggio al quali so sono aggiunti in giugno la Bulgaria, la Turchia, la Romania, l'Ungheria e l'Austria alla presenza del presidente della commissione europea, Josè Manuel Barroso. Nabucco trasporterebbe il gas Russo all'Europa attraverso l'Azerbaiyan.
Il terzo progetto in discordia è North Stream, che deve unire la Russia con la Germania attraverso il Baltico e che potrebbe cominciare a portare gas dalla fine del 2011, se collaborassero i paesi costieri. La Svezia per il momento ha negato di cedere le sue acque territoriali.
Come ha informato un portavoce del governo Russo, l'ex cancelliere Gerhard Schroeder, presidente di North Stream, non partecipa alla festa di Putin e Berlusconi, come ha pubblicato il giornale della famiglia del primo ministro italiano, il Giornale. Nel 2007, quando era capo dell'opposizione, Berlusconi visitò due volte la Residenza di Putin e lì trattò sia con Schroeder che con Chirac, ex presidente francese.
Nella politica di Berlusconi verso la Russia non pare contare molto l'opinione del suo ministro degli esteri, Franco Frattini. Il Financial Times ha ricordato che l'Italia conosceva la preoccupazione degli Stati Uniti per il progetto South Stream la settimana scorsa, durante la visita del ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, a Washington. Frattini ha contestato dicendo che L'italia sta diversificando le sue importazioni, come mostra lafirma, lunedì a Milano, dell'accordo fra Eni e l'azienda petrolifera turca Calik per impiantare un altro gasdotto dal mar Nero Turco alla costa mediterranea. Igor Sechin, vicepremier russo, ha detto che la Russia è preparata a iniettare gas anche in questa tubazione.

La polemica dei servizi segreti

Il Corriere della Sera del 6 ottobre scorso raccontò che Berlusconi, "convinto che ci fosse un complotto internazionale contro di lui, vuole sapere chi dirige i suoi fili", e ha chiesto aiuto ai servizi segreti di una potenza amica ma non alleata.
la notizia precisava che, accusato per gli scandali e in aperta crisi istituzionale con gli altri poteri dello stato, Berlusconi fosse ricorso al so amico Vladimir Putin, ex membro del KGB.
Per 24 ore, Berlusconi non ha smentito questa informazione del principale quotidiano italiano, finchè alla fine si vide obbligato a farlo quando l'opposizione minacciò di interrogarlo in parlamento. Ma appena una settimana dopo, il periodico della famiglia Belusconi "il giornale" portò alla luce un vecchio dossier dei servizi segreti cecoslovacchi e accusò di spionaggio Corrado Augias, veterano comunista e oggi collaboratore de "LA Repubblica".
Come ha ricordato Giuseppe d?avanzo in questo giornale, alcuni uomini di fiducia di  Berlusconi rivelarono nelle ore precedenti la notizia del Corriere che il vero obiettivo di Berlusconi dell'aiuto di Putin fosse scoprire dato sopra il passato comunista del Capo di Stato, Giorgio Napolitano

Miguel Mora, da "El Pais" del 21 ottobre 2008
tradotto da Francesco Palmeri