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martedì 12 gennaio 2010

La crisi economica e l'importanza degli studi umanistici

Sul finire del 2008, in visita alla London School of Economics, la Regina Elisabetta si rivolse ai più grandi economisti del Regno Unito chiedendo loro come mai soltanto pochi esperti avessero previsto la disastrosa crisi finanziaria che con violenza si è abbattuta sull’economia mondiale da due anni e mezzo a questa parte. Soltanto dieci autorevoli studiosi di economia politica inglesi, dopo cinquanta giorni, riuscirono a trovare una risposta per la Regina scrivendo che una delle ragioni principali dell'incapacità degli economisti della nostra epoca di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è da ricercare in una formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche matematiche: la scienza economica, relegando ad un ruolo marginale la storia economica, la filosofia e la psicologia e basandosi unicamente sul dogma dell’infallibilità del mercato sembra essere diventata, dunque, una branca delle matematiche applicate. Questi “scolastici del libero mercato”, acerrimi nemici dello Stato e della nazionalizzazione delle industrie, hanno ignorato per anni gli innumerevoli avvertimenti, provenienti dalle poche voci fuori dal coro, sulla pericolosa instabilità del sistema finanziario globale. Sostiene giustamente l’economista Lunghini («il manifesto», 18 novembre 2009) che «c'è un tipo di giudizio, quello cui si può attingere immergendosi nella letteratura e nella storia, che non può essere espresso adeguatamente in modelli matematici. In breve: la matematica decontestualizza i suoi oggetti, e in campo economico ciò comporta il rischio del riduzionismo e della falsa neutralità. L'unico antidoto è la conoscenza della storia e la consapevolezza – l'orgogliosa consapevolezza – della dimensione politica dell'analisi economica». Ma tutto ciò è venuto colpevolmente a mancare negli ultimi decenni dove, invece, hanno prevalso analisi economiche basate su modelli matematici che, com’è purtroppo sotto gli occhi di tutti, si sono dimostrati del tutto incapaci di prevedere l’imminente disastro (la Lehman Brothers, per esempio, è fallita nonostante il suo nutrito staff di esperti economisti). Non c’è poi tanto da stupirsi, come sostiene l’economista Katia Caldari («il manifesto», 22 novembre 2009), se soltanto si pensa che già l'economista inglese Alfred Marshall sosteneva che la scienza economica riguarda l'uomo «di carne e di sangue», il quale non può assolutamente «scegliere e agire solo sulla base del calcolo dell'interesse personale; l'economia quindi non è riducibile a puro calcolo matematico e non è – né può essere – una scienza esatta, al pari della fisica. È una scienza inesatta che ha che fare con una materia molto complessa e aleatoria. Affidare la comprensione o previsione del futuro a un modello basato su una lunga lista di assunzioni irrealistiche non può che portare a delusioni».
Una deriva tecnicista, quella degli studi economici, che significa, come sostiene l’economista Becattini («il manifesto», 25 novembre 2009), una rinuncia o, se si vuole, una vera e propria negazione del compito principale dell'economista, che è quello «di analizzare il funzionamento dei sistemi economici nel loro complesso, fra cui “l'economia di mercato”, come strumenti non semplicemente di massimizzazione del benessere economico, ma anche e soprattutto di attivazione e valorizzazione delle potenzialità intellettuali di ogni popolo e di ogni strato sociale. Il “grande spreco” del capitalismo attuale, non compensabile da alcun aumento del Prodotto interno lordo, è la sua incapacità di valorizzare la potenzialità intellettuale di qualche miliardo di esseri umani. Altro che bassi salari o disoccupazione nel mondo “civilizzato”, questo è il vero e fondamentale fallimento del mercato».
Il 4 gennaio 2010 è apparsa sul «Financial Times» una nuova ed aspra denuncia del fallimento formativo delle cosiddette business school, incapaci di prevedere la portata catastrofica della grande depressione economica in cui è precipitata l’economia mondiale. Il problema cruciale che la crisi finanziaria ha disvelato risiede, secondo l'articolista, nell'inadeguata formazione offerta dalle business school. Istituzioni che dovrebbero formare dirigenti di imprese e di istituzioni finanziarie ed economiche e che, per questo motivo, non dovrebbero soltanto curare il profilo tecnico e professionale dei propri allievi, ma anche e soprattutto ispirare alti valori etici a coloro che diventeranno una parte importante della futura classe dirigente. Sembra proprio che queste grandi scuole abbiano miseramente fallito poiché l’attuale classe dirigente, si afferma con decisione nell’articolo, non si cura affatto di perseguire, in maniera non egoistica ma disinteressata, l’interesse generale come invece dovrebbe se avesse piena coscienza di decidere la sorte, in alcuni casi, di miliardi di persone.
A questo proposito è giusto riportare la riflessione del prof. Giulio Sapelli che, in un articolo apparso sul «Corriere Economia» dell’11 gennaio 2010, ricorda come un testo classico sull'educazione della classe dirigente degli affari (dei sociologi Seymour Martin Lipset e di David Riesman, Education and Politics at Harvard: Two Essays Prepared for the Carnegie Commission on higher Education, 1975) mettesse in luce l’incapacità sostanziale dell’Università di Harvard di formare classi dirigenti poiché si era troppo insistito sull'istruzione specialistica e tecnica e non sull’educazione, sulla formazione del carattere, sulla formazione umanistica. Ma questo studio è stato coerentemente e pervicacemente rimosso dalle classi dirigenti americane tutte intente, invece, a lanciare l’intero Occidente verso una devastante euforia dei consumi e del benessere materiale, del progresso tecnologico e della riduzione del costo del lavoro, relegando la filosofia e la formazione umanistica, che pure in anni migliori avevano ispirato grandi imprese capitalistiche alla responsabilità sociale e alla produzione di beni e servizi, all’ultimo posto tra le discipline di studio, trasformando, in questo modo, irrimediabilmente il già troppo ristretto ceto finanziario (si tratta, come ha illustrato Luciano Gallino, di 120 mila persone al massimo, «una cifra che corrisponde sì e no alla popolazione d'un quartiere in una città di medie dimensioni» [Con i soldi degli altri p. 47]) che domina il mondo e ne decide le sorti in una cricca di briganti che, senza alcun rispetto per la dignità umana e senza alcuna cultura, sono pronti a tutto – delocalizzazioni delle imprese e licenziamenti in massa, improprie diversificazioni della produzione, costruzione di opere pubbliche dal catastrofico impatto ambientale, smaltimento criminale di rifiuti tossici, assalto ai servizi pubblici come l’acqua per imporre tasse esose ed insostenibili – pur di rispondere alle logiche del profitto finanziario e borsistico. L'egemonia culturale di questo pensiero, tutto basato su logiche di calcolo e di profitto ed indifferente al pubblico interesse e ai modi di realizzarlo, ha generato e continua a generare un particolare e sempre più diffuso tipo umano plasmato e atrofizzato nella personalità – impedita della sua possibilità di espansione e nella creatività – dal lavoro mercificato, dal piatto dominio della tecnologia sulle intelligenze e dall'«introiezione dell'obbligo di consumare» (L. Gallino, Con i soldi degli altri).
Qual è, poi, l’effetto materiale dalle più gravi conseguenze che questa idea di economia e di società ha causato?
Se da una parte è in corso una graduale scomparsa dello spirito pubblico ed una progressiva disintegrazione dello Stato e della funzione pubblica, delle istituzioni e delle amministrazioni, che rimanda a tempi oscuri della storia, dall’altra questo processo risulta dirompente nel mondo delle imprese e costituisce una delle ragioni principali dell’attuale crisi economica e delle sue conseguenze. Negli ultimi anni, l’impresa ha perso la funzione sociale legata alla produzione di beni e servizi concentrando la sua attività sull’ottimizzazione dei profitti nel più breve tempo possibile, al fine di massimizzare il guadagno dell’azionista e senza accollarsi alcun rischio d’impresa, come prevede il codice civile. Il ruolo dell’impresa risulta, dunque, distorto; essa viene finanziarizzata, socialmente deresponsabilizzata e funzionalizzata al profitto degli azionisti (a questo proposito sono importanti gli studi di L. Gallino: La scomparsa dell’Italia industriale, L’impresa irresponsabile, Con i soldi degli altri). Data questa impostazione, l’impresa non risulta più un organismo sociale con lo scopo di creare valore reale per un paese ma soltanto uno strumento di profitto – guidato dagli investitori istituzionali o operatori di borsa senza alcuno scrupolo né tantomeno alcuna responsabilità sociale che, invece, almeno in teoria hanno i manager super pagati – in cui tutte le parti possono essere sostituite in qualsiasi momento: dagli operai alla stessa produzione o alla localizzazione dell’impresa. Le ragioni di queste scelte sono sempre unicamente legate a motivi finanziari e non rispondono ad una coerenza logica o ad una precisa idea di impresa e di programmazione della produzione industriale. Queste arbitrarie scelte aziendali possono variare anche in modo repentino senza tener conto delle conseguenze ambientali e sociali spesso di grave rilevanza. Tutto questo provoca conseguenze devastanti nel tessuto sociale poiché se le Università non educano e non formano il carattere e non creano una profonda coscienza storica negli studenti non si potranno avere professionisti (scienziati, ricercatori, medici, avvocati, architetti, ingegneri…) pienamente consapevoli della loro funzione sociale, ma individui pronti soltanto a seguire le logiche, anche le più spietate, che portano soldi e garantiscono la carriera; un discorso simile di conseguenza sarà, purtroppo, valido anche per la classe politica. Questo è un aspetto che va sottolineato se è vero che «far crescere menti con aspirazioni e facoltà che si elevano dalla massa, capaci di guidare i compatrioti verso le alte vette della virtù, dell'intelligenza e del benessere comune: sono questi i fini per cui si auspicano università ben equipaggiate, i fini che tutte le università ben equipaggiate professano di perseguire. Grande è il disonore se, una volta intrapreso tale compito e attribuitosi il merito di realizzarlo, esse in realtà lo lasciano incompiuto» (John Stuart Mill).
Questo pensiero dominante, se si osservano le tendenze delle politiche mondiali operate dalle grandi corporations in materia di armi di distruzione di massa, farmaci e generi alimentari, può soltanto portarci alla guerra… una guerra che, in realtà, perderemo tutti se la dignità dell’uomo, del suo infinito spirito di creazione e della sua storia non riusciranno a farsi giustizia degli spiriti animali e dell’habendi rabies di un ceto di questo ristretto ceto di rapinatori che domina il pianeta. Non si potranno ignorare ancora a lungo, infatti, questioni vitali come il riscaldamento climatico, lo sfruttamento intensivo delle miniere e l’inquinamento delle falde acquifere e della terra – con conseguenze terribili per la salute umana – causate da un processo industriale criminale e dedito unicamente al profitto e allo sfruttamento distruttivo e sconsiderato delle risorse naturali ed umane «con la complicità e il permesso dei governi dove queste imprese operano. Il Mahatma Gandhi con la sua saggezza e la sua esperienza diceva che: “La Terra offre risorse sufficienti per i bisogni di tutti ma non per l’avidità di alcuni”» (Vedi Adolfo Perez Esquivel, «l’Unità», 18 novembre 2009). «Diceva Albert Einstein: “Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana”. Ma si dovrebbe aggiungerne una terza: la crudeltà di cui sono capaci gli uomini» (Vedi Adolfo Perez Esquivel, «la Repubblica», 31 dicembre 2008).
È un discorso che potrebbe sembrare apocalittico se non si considera che mentre vi sono nel mondo pochi milioni di individui che guadagnano oltre 1000 dollari l'ora vi è un miliardo di persone (un sesto dell'umanità [cito i rapporti Fao e Onu 2009]) che non ha accesso al cibo e all’acqua e 2,6 miliardi di persone prive di servizi igienico-sanitari di base; un discorso che potrebbe sembrare assurdo se non si riflette sul fatto che in Italia il 10% delle famiglie ricche possiede il 50% della ricchezza nazionale; un discorso che potrebbe sembrare esagerato se non si pensa che in una città come Milano, mentre in Italia vi sono 3 milioni di persone che hanno soltanto 50 euro al mese per mangiare, si buttano 180 quintali di pane al giorno; un discorso inaccettabile nel secolo XXI se non si osserva come nel nostro Paese, dove il diritto al lavoro e il massimo rispetto per chi lavora dovrebbero essere al primo posto, vi sono immigrati clandestini che si spaccano la schiena nelle nostre campagne, per 14 ore al giorno, ricevendo la miseria di 20 euro al giorno con una tassa di 5 euro al “caporale” che li fa lavorare.
Un discorso che potrebbe sembrare apocalittico, assurdo, esagerato, inaccettabile, ma, forse, non più della realtà che cerca velleitariamente di raccontare.

Antonio Polichetti

giovedì 10 dicembre 2009

La critica al neoliberismo di Noam Chomsky

“Crisi globale dell’economia”, è questa una delle espressioni più diffuse che hanno riempito le prime pagine dei giornali e i titoli dei telegiornali negli ultimi due anni. Perché? Che cosa è successo?
Esiste un metodo di analisi che possa mostrare in maniera semplice se non i meccanismi dettagliati di questa crisi, almeno le caratteristiche generali e intrinseche del complesso economico-politico che pare essere franato tutto d’un colpo?
Attraverso lo studio della critica di Noam Chomsky al neoliberismo contemporaneo la risposta più plausibile è che il sistema fosse destinato a tale fine; l’analisi del linguista statunitense, infatti, pare essere uno strumento in grado di darci un criterio per disegnare questo quadro, grazie alla descrizione di un rapporto biunivoco tra politica ed economia.
Il punto di partenza è, dunque, la critica al neoliberismo, concetto guida dell’economia degli ultimi decenni. Ma cosa si intende per neoliberismo?
La definizione teorica di questo termine è: una dottrina economica che sostiene la liberazione dell'economia dallo Stato, la privatizzazione dei servizi pubblici, la liberalizzazione di ogni settore non strategico e la fine di ogni chiusura doganale; in sintesi, la teoria economica del mercato del globale che secondo le analisi degli economisti ha fallito, come spiega in modo esplicito, Duccio Cavalieri, professore ordinario di economia dell’Università di Firenze:
“In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo..”
Ma questo sistema economico funziona davvero così? Realmente risulta essere svincolato dalle politiche statali e fondato su una vera autoregolazione del mercato?
Da qui prende le mosse lo studio di Chomsky. A suo parere, infatti, il primo passo per comprendere una catena economica è sicuramente la struttura politica in cui essa si muove.
L’autore inizia la sua riflessione dalla fine della II guerra mondiale, vero e proprio nodo storico verso la struttura attuale delle relazioni internazionali.
Egli ci descrive gli anni che in scienza politica sono definiti del bipolarismo, dove gli Stati Uniti si presentavano come leader globali per potenza e ricchezza, con l’auspicio di mantenere tale ruolo ed estendere il loro sistema economico in quella che era chiamata la “Grande Area”, ossia tutta la porzione del globo al di fuori del blocco sovietico. In che modo gli Stati Uniti volessero imporre il proprio dominio, Chomsky lo ricava da un memorandum rimasto a lungo segreto, lo Studio di Pianificazione Politica n°23), scritto da George Kennan, capo dell’ufficio programmazione del Dipartimento di Stato, nel 1948. La sintesi di esso è che, al fine di mantenere la superiorità conseguita, le strategie avrebbero dovuto privilegiare una politica di potenza, libera da sentimentalismi e ideologie quali ad esempio l’idea che il governo fosse responsabile del benessere di tutta la popolazione, o la difesa dei diritti umani, perché l’unico interesse da difendere era quello statunitense, ossia, come Chomsky stesso sottolinea, le necessità dell’economia americana. Egli ricava, dunque, da queste  linee guida, la chiave per interpretare tutte le azioni militari degli USA dopo la II guerra mondiale. Ad ogni zona della “Grande Area”,infatti, era stato affidato un ruolo, e se uno stato all’interno di essa si fosse rifiutato di svolgerlo, l’intervento americano sarebbe stato immediato, come la guerra del Vietnam ben dimostra.
Questo prima parte di analisi suggerisce, pertanto, un primo paletto da porre alla definizione  di neoliberismo. Se la scacchiera mondiale è soggetta in questi termini alla politica dello stato leader, infatti, il concetto di libero mercato trova un primo concreto ostacolo.
L’analisi di Chomsky non si ferma qui comunque, ma anzi indica un’altra tappa storica fondamentale per comprendere lo stato attuale delle cose, prettamente legata alla realtà finanziaria. L’anno è il 1971, quando una profonda accelerazione verso il neoliberismo contemporaneo fu causato dalla decisione dell’amministrazione Nixon di smantellare il sistema economico mondiale nato dagli accordi di Bretton Woods (1944), abolendo la convertibilità del dollaro. Vediamo perché:
“Gli accordi di Bretton Woods miravano a controllare il flusso dei capitali. Nel secondo dopoguerra, quando Stati Uniti e Gran Bretagna hanno creato questo sistema, c’era un gran desiderio di democrazia. Il sistema doveva preservare gli ideali social democratici, in sostanza lo Stato previdenziale. Per farlo occorreva controllare i movimenti di capitali. Se li si lascia andare liberamente da un paese all’altro, arriva il giorno in cui le istituzioni finanziarie sono in grado di determinare la politica degli Stati. Costituiscono quello che viene chiamato ‘Parlamento Virtuale’: senza avere un’esistenza reale, sono in grado di  incidere sulla politica degli Stati con la minaccia di ritirare i capitali e con altre manipolazioni finanziarie.[] Così in tutto il mondo,si assiste da allora a un declino del servizio pubblico, alla stagnazione o al calo dei salari, al deterioramento delle condizioni di lavoro, all’aumento delle ore lavorative.”
A seguito di queste affermazioni, la rete politico-economico risultante si profila così: da un lato una politica unilaterale imposta dal leader globale al resto del pianeta, dall’altro la possibilità per i flussi di capitale di muoversi liberamente all’interno di questo spazio. Il disegno non è ancora concluso, ma è importante notare, a questo punto, una considerazione ovvia ma degna di essere esplicata: a chi appartengono questi capitali liberi di muoversi all’interno del sistema? Ovviamente alle grandi multinazionali, in particolare quelle americane.
Ma perché questo libero flusso di capitali, ha causato nel corso degli anni un costante impoverimento della popolazione, una riduzione dei salari e il declino del servizio pubblico?
La spiegazione può essere formulata attraverso tre valutazioni.
Consideriamo, in primo luogo, il libero movimento dei capitali: è questo il fattore principale che negli anni ha determinato la costante contrazione dei salari e il calo del loro potere d’acquisto. Questo perché la possibilità di spostare il denaro senza barriere è divenuta una delle più potenti armi delle imprese da schierare contro le richieste delle associazioni dei lavoratori per un miglioramento delle loro condizioni di retribuzione o di lavoro in generale. La semplice possibilità di poter minacciare di trasferire la produzione a proprio piacimento, o averla spostata in luoghi dove il costo della manodopera era decisamente inferiore, ha progressivamente annichilito le rivendicazioni della classe lavoratrice, posta in una condizione di precarietà sempre crescente.
La seconda domanda da porsi è: da dove arrivano questi enormi capitali che i gruppi di potere, gli investitori, spostano a loro piacimento e senza porsi troppe domande? Chomsky risponde e dimostra che la risposta è “dallo Stato”. Si può definire questo passaggio come cruciale nell’analisi della Sua critica al neoliberismo, perché esso spiega due fatti:
A)    il neoliberismo è pura teoria, l’economia reale è profondamente influenzata dagli stati;
B)    le industrie delle multinazionali americane hanno sempre sovvenzioni o finanziamenti statali, pertanto mentre i profitti sono privati, i costi e i rischi gravano sulla popolazione.
Per spiegare il primo punto, Chomsky sottolinea come i due principali propugnatori internazionali del neoliberismo, USA e Gran Bretagna, in particolare a partire dagli anni ’80, nelle figure dell’allora presidente Ronald Reagan e del Primo Ministro Margaret Tatcher, abbiano sempre attuato misure protezionistiche di grande portata a difesa dei loro mercati interni. Analizzando il bilancio dell’amministrazione Reagan pubblicato sulla rivista “Foreign Affairs”, l’autore afferma che “egli fu il regista della più grande svolta verso il protezionismo mai verificatasi a partire dagli anni trenta.”
Alla luce di queste considerazioni, e in relazione all’analisi della politica internazionale statunitense fatta in precedenza, possiamo quindi affermare che se si può parlare di neoliberismo, esso va definito unilaterale. L’azione internazionale statunitense apre la strada agli investimenti delle sue grandi aziende, impone le modalità di governo e le politiche necessarie per favorirle e, nello stesso tempo, le mette al riparo dalle possibili conseguenze negative che il sistema da loro imposto potrebbe causare di riflesso.
Oltre ad essere protette dall’esterno, però, le grandi multinazionali sono difese dalla politica anche all’interno dei loro stati. Infatti, le misure protezionistiche garantiscono loro il mercato su cui far rifluire i prodotti (oltre a quello creato all’estero), godono di una legiferazione che gli garantisce, spesso, più diritti di un singolo individuo (per fare un esempio si consideri in Italia la Legge Maroni) e ottengono il denaro da investire da sovvenzioni statali, fatto totalmente contrario alla teoria neoliberista.
In questo senso, quindi, Chomsky afferma che i profitti sono privati ma i costi e rischi sono pubblici, socializzati.
Il risultato di queste analisi evidenzia tre caratteristiche fondamentali:
A) il progressivo impoverimento delle popolazioni degli stati potenti, poiché su di esse gravano i costi militari, i finanziamenti alle multinazionali e il progressivo calo dei salari;
B) lo sfruttamento delle aree più arretrate del pianeta, che fungono da bacino di risorse, umane e materiali, sia per la produzione sia per la creazione di nuovi mercati;
C) l’alleanza “Stato-Capitalismo” come arma di difesa.
Se il quadro era ed è questo, non era forse destino che la crisi mondiale, che oggi ci investe, piombasse sulle nostre teste? Certamente, come afferma Cavalieri, questo “neoliberismo” ha fallito.
Ha forse ragione Noam Chomsky, quando afferma che la comprensione della politica e dell’economia è alla portata di tutti, se si smaschera la retorica che le circonda e si raccontano i fatti per quello che sono?

di Matteo De Laurentis

martedì 10 novembre 2009

L’ordine giudiziario è un potere dello Stato

La recente riscoperta del disastro delle navi – colme di decine di migliaia di fusti di rifiuti tossici e radioattivi, provenienti dal nord Italia e dai maggiori paesi industrializzati d’Europa e d’America – affondate in varie zone a largo della penisola italiana e specialmente dinanzi alle coste calabresi ha confermato che il mezzogiorno d’Italia e il Mediterraneo sono stati condannati a diventare il centro dello sversamento di gran parte dei veleni industriali. Dopo decenni, grazie al tenace operato della magistratura, stanno finalmente riemergendo le vere responsabilità delle grandi industrie occidentali che, servendosi di spietate alleanze con mafie e apparati deviati dello Stato, accumulavano nei porti italiani gli scarti tossici dei processi di lavorazione industriale e li indirizzavano verso i paesi dell’Africa. Quando non riuscivano nel loro intento, queste squadre della morte erano costrette a riportare verso l’Italia le navi cariche di veleni che finivano per essere affondate al largo delle coste del nostro Paese, mentre i poteri criminali incassavano anche il premio di assicurazione delle navi affondate. Grazie al continuo lavoro di magistrati e giornalisti lentamente stanno riemergendo le verità sulla morte della giornalista Ilaria Alpi, uccisa in Somalia per aver scoperto il traffico di rifiuti tossici provenienti dall’Italia.
Ma il Mediterraneo non è stata l’unica rotta percorsa dai trafficanti di rifiuti: migliaia di tir gremiti di veleni hanno quotidianamente attraversato le strade dell’Italia, finendo la loro corsa scellerata nelle sue contrade più fertili, in quella che un tempo era chiamata Campania felix per la fecondità della sua terra, e nelle profonde valli della Calabria. Con quei rifiuti sono state avvelenate le colline, le valli, le campagne e le acque di tutto il mezzogiorno, e costruite le mura delle case dei cittadini che da Caserta a Crotone muoiono ogni giorno, silenziosamente, di orribili mali che mai fin’ora avevano così diffusamente colpito queste terre.
I poteri forti del nord Italia hanno tradito la loro missione industriale che consisteva nel produrre beni e servizi d’interesse generale, e accecati dal profitto hanno stretto un patto d’acciaio con mafia, camorra e ‘ndrangheta, per lo smaltimento illegale nelle regioni meridionali dei rifiuti tossici prodotti dalle loro industrie nonché provenienti dalle maggiori industrie dei paesi occidentali.
Il Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano, ha confermato che il traffico di rifiuti tossici proviene dal nord Italia con meta nelle regioni meridionali. [inserire citazione giornale] In tal modo i poteri forti non solo hanno favorito la formazione del capitale finanziario delle cosche mafiose, ma hanno assoggettato il mezzogiorno ad uno spietato sfruttamento, rifeudalizzandolo ai loro fini.
Inoltre, i poteri forti della grande finanza del nord Italia, tradendo la causa del Risorgimento e dell’unità italiana, hanno associato le mafie nella perversa e criminale attività di gestione privata delle concessioni degli appalti pubblici, un’attività d’intermediazione finanziaria che il grande economista Pasquale Saraceno ha definito la vera causa della voragine del debito pubblico. Infatti, i grandi gruppi industriali del Nord, che avevano in concessione la gestione dei fondi pubblici e degli appalti per la realizzazione delle grandi opere, hanno condotto un’immensa attività di speculazione alleandosi con le mafie e corrompendo la classe politica. Grazie all’intermediazione finanziaria i concessionari hanno potuto aumentare enormemente il costo delle opere pubbliche, la cui realizzazione è stata spesso affidata in subappalto alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta, che per guadagnare hanno lavorato con materiali scadenti, senza alcuna attenzione per la sicurezza dei lavoratori, e che infine hanno sversato nei cantieri anche i rifiuti tossici. Quest’alleanza criminale non solo ha portato quindi alla devastazione dei bellissimi territori italiani e allo scempio del paesaggio, ma anche alla rapina di tutta la ricchezza nazionale e all’aumento vertiginoso del debito pubblico.
Dobbiamo ricordare che la storia ha già conosciuto e combattuto queste figure di speculatori, quando durante la Repubblica romana del II secolo a.C. prima Cesare e poi Ottaviano Augusto dovettero comprendere che il potere dei publicani stava minando l’integrità della Repubblica. I publicani, i concessionari dell’epoca, approfittarono del fatto che la Repubblica non fosse più in grado di gestire i servizi pubblici costituirono enormi società finanziarie ed ebbero la concessione della costruzione delle opere pubbliche e della loro manutenzione, nonché la gestione dei servizi pubblici. Il loro potere si era esteso in tutto l’impero, fino a diventare uno stato nello stato, e nacquero vere e proprie compagnie di imprenditori, potentissime organizzazioni capitalistiche che vennero ad avere immensa autorità in campo economico ed un’influenza politica fuori da ogni misura sia nelle provincie che nell’Urbe, e che furono la causa del collasso della Repubblica (vedi Onorato Bucci, “Le provincie orientali dell’impero romano”, pag. 260).
Questa storia serve a comprendere in modo lineare la tragedia che sta attraversando il nostro paese, e i poteri forti che lo dominano. Della distruzione dello Stato che avviene oggi per mano dei moderni publicani, i general contractor e i gestori di rifiuti, costituisce esempio significativo l’immane rapina compiuta dalle imprese che sono calate dal nord Italia e in combutta con le forze parassitarie ed illegali delle regioni meridionali e utilizzando una folla di professionisti disonesti, sono riuscite a compiere un grande sacco delle risorse statali con una legislazione subdola e perversa da loro stessi ispirata e architettata dai grandi studi legali che sanno tessere quei sistemi di leggi criminogene per mungere quella che Zanotti Bianco chiamava la “perduta gente” del mezzogiorno e le mammelle ormai rinsecchite dell’erario dello Stato, travolgendo finanche i risparmi postali dei pensionati depositati nella Cassa depositi e prestiti, ultimo forziere e succulento bottino da depredare.
La condanna a morte della Campania e del mezzogiorno, la pandemia scatenata dai veleni industriali, e le leggi perverse che stravolgono la legislazione italiana trasformando ogni norma che poteva arrestare i poteri forti della speculazione in norme che rendono pienamente legittimi gli atti già considerati illegali dalla legislazione ordinaria dello Stato, questa violenza sta spezzando l’Italia distruggendo l’Italia meridionale, terra che nei secoli ha generato uomini di cultura e di alto costume, che hanno contribuito con i loro sacrifici al Risorgimento italiano e alla formazione dello Stato unitario, ed oggi subisce la distruzione della scuola e la desertificazione della ricerca scientifica e umanistica, le cui risorse vengono prosciugate dai soliti poteri forti sotto il nome strumentale di ricerca tecnologica, tutta finalizzata ai profitti delle imprese private e alla rapina del capitale finanziario, e non per la formazione di scienziati e tecnici utili al vero progresso.
Venuti meno il sostegno e l’aiuto delle competenze professionali, ormai per la maggior parte omologate alle bande di affaristi e di consulenti disonesti, venuto meno quel costume morale prerogativa del ceto medio impoverito e ricacciato ai margini della vita sociale, l’ultima speranza per il Paese è che la magistratura si ricordi in ogni momento di essere uno dei poteri dello Stato, e che un potere dello Stato può rammentare al popolo che è suo dovere difendere la Costituzione e l’ordinamento giuridico insieme ai cittadini patrioti, e che le sentenze dei giudici sono le architravi della coscienza popolare o gli abissi di una purezza e di un rigore perduti. Aiutare i magistrati a rendersi consapevoli del loro ruolo significa difendere le tradizioni risorgimentali e lo Stato unitario contro l’anarchia costituzionale e contro il malgoverno.
C’è una fucina dove tutto si trasforma, dove si architettano e si formulano le leggi perverse riprendendo la legislazione fascista sulle opere pubbliche e compiendo ancora maggiori violazioni delle leggi fondamentali sulla contabilità dello Stato (neanche il fascismo aveva osato dare anticipazioni sul costo dei lavori, non aveva osato far pagare dai concessionari i collaudatori delle opere e non aveva mai osato assegnare le funzioni di stazione appaltante ai concessionari); c’è una fucina dove si influenza la nomina dei giudici più adatti a far arenare i processi e più inadeguati alle battaglie giudiziarie per il trionfo della verità; in questa fucina, che diventa una vera tregenda italiana governata da bande che Pasquale Saraceno definì coacervi di burocrati corrotti, di politici corrotti, di finanza corrotta associata con mafia, camorra e ‘ndrangheta con l’aiuto e la consulenza di professionalità omologate al sistema, in questa fucina ci sono forze diaboliche che riescono a sotterrare sotto cumuli di rifiuti tossici la memoria storica del nostro Paese e ad addormentare le coscienze degli scienziati meno combattivi.
Con la riforma del Titolo V della Costituzione si è verificato un rimpicciolimento generale della visione nazionale, un rimpicciolimento fatto di chiusure anguste, provinciali, che non permettono più di comprendere la portata nazionale di eventi storici fondamentali per la vita di tutto il Paese. In questo rattrappimento ogni processo storico fondamentale viene rimpicciolito e ridotto al rango di fatto provinciale e regionale. In questo momento il Processo “Fibe-Impregilo” ai concessionari della gestione dei rifiuti in Campania, che cerca di puntualizzare il marciume e la spietata empietà dei veri responsabili che hanno programmato con satanica crudeltà la morte del giardino d’Europa e minato la salute della popolazione, è un processo che ha il compito di ristabilire la verità storica davanti a tutta la nazione: la Campania è stata – ed è tutt’ora – vittima dei poteri forti del nord Italia, associati con il capitale finanziario di origine mafiosa e camorrista che la storia giudicherà e condannerà per aver scatenato nel mondo una guerra contro le ignare popolazioni pacifiche, una guerra più tremenda e crudele delle orrende guerre mondiali che hanno devastato l’Europa. Se il processo dei rifiuti in Campania si chiuderà assolvendo i colpevoli di questo disastro senza far emergere queste terribili verità sarà avvenuta una falsificazione storica le cui conseguenze saranno il fardello che opprimerà le future generazioni, poiché le pagine di questo processo sono – e resteranno – un tremendo documento storico. Se questo processo si chiuderà con una sentenza inadeguata e vile farà fare un passo indietro alla coscienza di tutti i cittadini italiani e dei cittadini campani che verranno convinti di essere responsabili del disastro sanitario e ambientale e di meritare la separazione dal resto del Paese. Infatti tra le gravi colpe dei poteri forti c’è quella di aver cancellato violentemente dalla memoria della popolazione italiana e meridionale il ricordo della secolare e spontanea consuetudine della città di Napoli e della Campania alla raccolta differenziata, descritta anche dal grande poeta tedesco Goethe nel suo Viaggio in Italia. Ma la raccolta differenziata disturbava e ostacolava i padroni degli inceneritori, che vedevano la raccolta differenziata come ostacolo ai loro profitti. Sarà più lungo e difficile nel caso in cui venga rimossa la verità da una sentenza incerta o dall’infamia di una prescrizione, riprendere il cammino per i cittadini napoletani e del mezzogiorno d’Italia, che verranno riprecipitati al livello di «perduta gente» come Zanotti Bianco definì gli abitanti di queste terre che pur stavano compiendo un grande sforzo per divenire cittadini e non più abitatori.
Questo processo è un grande documento storico che non solo incide e si pone al centro dell’educazione della popolazione italiana, ma deciderà anche della rinascita o della definitiva distruzione della memoria del Risorgimento che ha coinvolto in un unico sforzo per l’unità  milioni di uomini, uno sforzo che potrà andare avanti o essere ricacciato indietro di secoli. Mascherare la memoria storica significa sotterrare nei secoli l’umanesimo, il Risorgimento e lo Stato unitario, coprendoli di nuova terra mortifera fatta di rifiuti tossici, quegli stessi rifiuti tossici che oramai ricoprono le fertili campagne italiane.
Proprio per l’enorme portata storica di questo processo è tutta la magistratura a portare su di sé un’enorme responsabilità, la responsabilità di un’alternativa: o difendere l’Italia dalle forze criminali che vogliono distruggerla o consegnare nelle loro mani il Paese. Noi stessi dobbiamo continuare a sostenere la magistratura, in cui riponiamo la nostra fiducia, e ricordare in ogni istante che questo processo ha un valore immenso per la formazione e la coscienza storica delle nuove generazioni, e che per questo la libera stampa deve occuparsi di questi grandi processi storici con fermezza e coraggio, con spirito di verità e di responsabilità, affinché un’opinione pubblica libera, matura e consapevole possa realmente partecipare alla vita del Paese e sostenere i cittadini e i magistrati che ovunque combattono per la sua salvezza.
Se in questo grande processo la verità sarà celata da una vile sentenza, e se il popolo e i cittadini onesti perderanno la coscienza storica, verrà annullata ogni conquista e ogni sforzo del Risorgimento italiano per creare l’unità dello Stato e la crescita civile delle popolazioni, si scateneranno risse tra le regioni e l’anarchia generale sul territorio, e l’Italia diventerà una mera espressione geografica.

Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia